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Estero
MO: H. Clinton a Ramallah; tempo stringe per pace
Redazione
17 anni fa

"Il tempo stringe" per rivitalizzare il processo di pace in Medio Oriente e la nuova amministrazione americana di Barack Obama "è determinata" ad agire. L'impegno di Hillary Clinton, valido ieri a Gerusalemme per gli interlocutori israeliani, resta identico oggi a Ramallah per quelli palestinesi. Con in più un accenno di critica esplicita a Israele per i piani di demolizione di alcune decine di case arabe a Gerusalemme est, denunciati dall'Autorità nazionale palestinese (Anp) come la punta dell'iceberg di una politica di "espansione degli insediamenti" ebraici che - si sostiene - rischia di minare alla radice qualsiasi speranza di negoziato. Accolta fra sorrisi e inquietudini dal presidente dell'Anp, Abu Mazen (Mahmud Abbas), la neosegretaria di Stato ha fatto risuonare anche in Cisgiordania accenti di novità temperati da molta cautela. Qualcosa di chiaro - e a tratti di scomodo per l'alleato israeliano - lo ha però detto ad alta voce. Premesso che gli Usa sono "determinati a progredire verso la pace" e che "il tempo stringe", Clinton non ha esitato a ripetere che Washington è decisa a "incoraggiare le condizioni di uno Stato palestinese" accanto a Israele. Sottolineatura dedicata ad Abu Mazen e all'ala moderata del fronte palestinese - rimasta in sella nella sola Cisgiordania dopo essere stata scalzata dal potere nella Striscia di Gaza dagli islamico-radicali di Hamas -, ma riecheggiata anche a beneficio del premier in pectore israeliano: il leader della destra Benyamin Netanyahu, impegnato dopo il voto del 10 febbraio a formare un governo che si preannucia assai scettico sulla prospettiva dei 'due popoli in due Stati'. Una prospettiva che Abu Mazen e il suo entourage vedono minacciata in primo luogo dalla politica israeliana degli insediamenti in Cisgiordania - portata avanti a dispetto delle promesse anche dal governo centrista uscente del premier Ehud Olmert e della ministra degli Esteri Tzipi Livni, dicono, figurarsi da un futuro gabinetto Netanyahu - e rispetto alla quale chiedono a Washington d'intervenire. Quanto meno per congelare la situazione e fermare i piani appena avviati a Gerusalemme est verso la demolizione di alcune decine di case palestinesi, bollate come abusive. Un punto quest'ultimo su cui la risposta di Hillary è parsa netta: "Queste sono azioni - ha commentato - che chiaramente non aiutano e che non sono in linea con gli obblighi previsti dalla road map", il percorso di pace delineato dal Quartetto (USA, Ue, Russia, Onu). Parole cui Abu Mazen ha potuto far eco, avvertendo che l'Anp "non potrà considerare come partner di pace" un prossimo governo israeliano che "non rispettasse gli accordi" sullo stop ai coloni. E boicottasse "la soluzione dei due Stati". Quanto al resto, un certa sintonia è filtrata sulla questione Hamas. Movimento cui Clinton - contestata da un portavoce integralista a Gaza per essere "rimasta sbilanciata a favore degli occupanti sionisti" - ha riconosciuto il diritto di partecipare a un governo di unità nazionale palestinese solo alla condizioni del Quartetto (accettazione dell'esistenza dello Stato d'Israele, rinuncia alla violenza). E che Abu Mazen non ha neppure citato quando ha insistito sulla necessità che Israele riapra i valichi con la Striscia di Gaza per consentire i programmi di ricostruzione postbellica finanziati con 4,8 miliardi di dollari dalla comunità internazionale alla recente conferenza di Sharm El Sheikh. Invitando piuttosto l'Iran - padrino dichiarato di Hamas - a "cessare una buona volta d'intromettersi negli affari" palestinesi per "seminare la discordia". ATS

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