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Estero
MO: colonie; Abu Mazen, Israele blocca Obama e negoziato
Redazione
17 anni fa

Uno scambio di accuse incrociate fra il presidente dell'Autorità nazionale palestinese (Anp), Abu Mazen (Mahmud Abbas), e il governo d'Israele ha segnato oggi un altro passo indietro rispetto alle speranze dell'amministrazione americana di Barack Obama di un rilancio ravvicinato del processo di pace in Medio Oriente. Speranze frustrate fin dai giorni scorsi dall'esito sostanzialmente nullo dell'ennesima missione nella regione dell'emissario George Mitchell, ripartito per Washington senza essere riuscito a convincere il premier israeliano, Benyamin Netanyahu, ad annunciare un congelamento pieno degli insediamenti ebraici nei Territori palestinesi e neppure a trovare un compromesso in grado di permettere (per ora) la convocazione di un vertice fra Obama e i due contendenti. Un fallimento che Abu Mazen, parlando prima dal Cairo e poi da Amman, ha imputato oggi interamente a Netanyahu e alle sue resistenze sul dossier degli insediamenti. E che il ministero degli esteri israeliano ha ritorto invece sull'Anp. "Il processo di pace è bloccato", ha detto il presidente palestinese, deplorando che Israele abbia offerto solo "un falso congelamento", senza "mai smettere di costruire negli insediamenti", e ribadendo - in perfetta sintonia col presidente egiziano Hosni Mubarak e col re di Giordania Abdallah - che il nodo delle colonie resta l'elemento da sciogliere prima di tornare al tavolo dei negoziato. La risposta israeliana non si è fatta attendere: "è l'Autorità palestinese - ha controbattuto il portavoce del ministero degli esteri Yossi Levy - a impedire il vertice e una ripresa del processo diplomatico, ponendo precondizioni rigide". Ed è sempre l'Anp, ha aggiunto Levy, a dover dar prova di flessibilità per sbloccare la situazione. Flessibilità che, d'altro canto, Abu Mazen contesta proprio a Israele di non aver mostrato neppure di fronte alle sollecitazioni della comunità internazionale e del tradizionale alleato americano sullo stop delle costruzioni negli insediamenti in Cisgiordania e a Gerusalemme est: stop previsto già fra gli impegni della Road Map, sottoscritta dalle parti nel 2003, ma rimasto poi sulla carta e osteggiato ora con particolare vigore da molti nella coalizione a maggioranza di destra che sostiene l'attuale gabinetto. Washington, da parte sua, si tiene fuori dal botta e risposta e prova a tenere aperto un minimo spiraglio. Ma fonti americane ammettono che in effetti nemmeno la proposta finale di Mitchell, per un congelamento delle colonie di un anno, è riuscita a far breccia col premier israeliano: disposto al massimo ad accettare una moratoria di nove mesi, ma nella sola Cisgiordania e insistendo sul rifiuto assoluto di ammettere anche indirettamente Gerusalemme est (annessa da Israele nel 1967, ma non riconosciuta sotto sovranità israeliana dal diritto internazionale) quale terra d'insediamenti. Un quadro che sembra al momento dare scacco persino al progetto minimo del presidente Obama di dar vita a un summit a tre a margine dell'imminente riunione dell'assemblea generale dell'Onu (per la quale è previsto l'arrivo la settimana prossima a New York di tutti i protagonisti). Lasciando spazio a una coda di recriminazioni contrapposte che solo la cancelliera tedesca Angela Merkel prova in queste ore ad addolcire con uno spunto di residuo ottimismo: dicendosi convinta, in un'intervista, che "entro l'autunno" un congelamento degli insediamenti comunque ci sarà. ATS

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