
Ali Larijani «ha ricevuto la dolce grazia del martirio», ha dichiarato il Consiglio Supremo per la Sicurezza Nazionale iraniano – TUTTI GLI AGGIORNAMENTI

Il Consiglio Supremo per la Sicurezza Nazionale iraniano ha confermato in serata la morte del suo capo. Ali Larijani «ha ricevuto la dolce grazia del martirio», ha dichiarato il Consiglio in un comunicato, aggiungendo che anche il figlio, un altro funzionario e diverse guardie del corpo sono stati uccisi «all'alba».
La guerra in Iran finora è costata agli Stati Uniti almeno dodici miliardi di dollari (9,4 miliardi di franchi al cambio attuale). A fare i conti è un funzionario dell'amministrazione del presidente Donald Trump. La cifra è probabile che sottostimi il costo reale, visto che non include né il dispiegamento di forze che ha preceduto l'attacco, e neppure le spese di lungo termine per sostituire le armi usate.
Il Center for Strategic and International Studies (fabbrica di idee senza scopo di lucro e bipartisan, ossia con membri dei due partiti, repubblicano e democratico) aveva inizialmente stimato che le prime 100 ore dell'operazione fossero costate 891,4 milioni di dollari al giorno. Un ritmo sostenuto che potrebbe spingere a breve l'amministrazione di Trump a richiedere nuovi fondi, riporta la rivista newyorkese Time.
Questa sera diverse forti esplosioni hanno scosso Baghdad, secondo quanto riportato da giornalisti dell'agenzia di stampa France-Presse (Afp). Un funzionario della sicurezza ha inoltre segnalato un attacco con droni e razzi contro l'ambasciata statunitense.
In un ristorante di Baghdad, un testimone ha riferito di aver visto esplosioni in cielo, causate dall'intercettazione di proiettili da parte del sistema di difesa aerea dell'ambasciata. Un'altra testimone ha visto un incendio dal suo balcone vicino alla missione diplomatica, e anche il funzionario della sicurezza ha segnalato un incendio, provocato da un drone. «L'ambasciata è stata bersaglio di un attacco con droni e razzi», ha dichiarato il funzionario in condizione di anonimato.
Negli ultimi giorni gruppi armati filoiraniani hanno effettuato diversi attacchi contro l'ambasciata statunitense in una zona fortemente fortificata del centro di Baghdad e contro un centro diplomatico e logistico statunitense presso l'aeroporto internazionale della capitale. Ieri sera e stamane prima dell'alba, gli attacchi hanno preso di mira la missione diplomatica statunitense due volte, mentre un drone si è schiantato su un un albero su un hotel frequentato da diplomatici stranieri.
Sono oltre 200 i militari ucraini, reduci dall'esperienza della lotta anti droni russi, inviati negli ultimi giorni in Medio Oriente a sostegno delle operazioni in corso contro la reazione dell'Iran agli attacchi di USA e Israele. Lo ha rivendicato da Londra il presidente ucraino Volodymyr Zelensky, a margine della firma dell'accordo bilaterale di difesa con il premier Keir Starmer - e alla presenza del segretario generale della Nato, Mark Rutte - incentrato sulla produzione di droni e di sistemi di difesa dai cosiddetti droni low cost (a basso costo).
La Casa Bianca critica Joe Kent, il capo del Centro antiterrorismo che si è dimesso perché contrario alla guerra in Iran. «Ci sono molte false affermazioni» nella lettera di Kent, afferma la portavoce Karoline Leavitt.
«Lasciatemi parlare di una in particolare, ovvero che l'Iran non rappresentava una minaccia imminente per la nostra nazione. Questa è una falsità che i democratici e alcuni media liberal ripetono», ha spiegato sottolineando che «come il presidente (Donald Trump) ha chiaramente detto, c'erano prove forti che l'Iran avrebbe attaccato gli Stati Uniti».
«Sono felice che si fuori, sosteneva che l'Iran non era una minaccia», ha in effetti affermato Trump. «Era un bravo ragazzo ma molto debole sulla sicurezza», ha aggiunto, parlando alla Casa Bianca.
«Il presidente tramite i suoi negoziatori ha concesso al regime ogni possibilità di abbandonare le sue ambizioni nucleari e potenzialmente stringere una partnership commerciale con noi. Ma non hanno detto di sì perché per loro ottenere l'atomica era un obiettivo fondamentale», ha detto Leavitt. «Il comandante in capo (Trump) determina cosa rappresenta una minaccia o meno perché è l'unico che ha il potere secondo la costituzione per farlo, e perché gli americani al voto gli hanno dato fiducia», ha aggiunto la portavoce della Casa Bianca. «Inoltre l'assurda idea che Trump abbia deciso sulla base dell'influenza di altri ci insulta ma ci fa anche ridere. Trump è stato coerente per decenni nel dire che l'Iran non avrebbe dovuto avere l'arma nucleare», ha messo in evidenza.
Trump ha continuato a minimizzare l'idea che Israele abbia influenzato la sua decisione di attaccare l'Iran, definendo il paese «un partner». «Ero contro l'Iran molto prima ancora di pensare che Israele potesse essere contro l'Iran».
Trump ha poi sottolineato che gli unici paesi che gli hanno espresso supporto per la coalizione che garantisca la sicurezza dello Stretto di Hormuz sono i paesi della regione: Qatar, Bahrein, Arabia Saudita e Emirati arabi uniti. Oltre ad Israele. «La Nato sta facendo un errore stupido» sull'Iran, ha invece deplorato. Trump ha anche ribadito le sue critiche al premier britannico Keir Starmer per non aver aiutato gli Stati Uniti sull'Iran. «Ha fatto un grande errore».
Gli Stati Uniti «non sono ancora pronti per finire» la guerra contro l'Iran, ma «finiremo nel prossimo futuro, molto presto», ha detto anche se prima era stato più perentorio: «La guerra contro l'Iran è finita da tempo. Dal giorno uno».
«Non ho paura di un altro Vietnam», ha dichiarato l'inquilino della Casa Bianca rispondendo ad una domanda sull'eventualità che le truppe americane siano dispiegate in Iran.
Trump ha menzionato anche Cina e Cuba. «Non vedo l'ora di vedere Xi (Jinping, il presidente cinese) e penso che anche lui non veda l'ora di vedermi. Abbiamo un buon rapporto», ha spiegato Trump, precisando che compirà un viaggio in Cinta tra cinque-sei settimane.
«Cuba è in cattiva forma, stanno parlando con Marco (Rubio)», il segretario di Stato degli Stati Uniti, ha poi indicato Trump. «Faremo qualcosa molto presto con Cuba».
Il ministero della sanità libanese ha annunciato oggi che gli attacchi israeliani hanno ucciso 912 persone nel paese dall'inizio della guerra tra Israele e l'organizzazione paramilitare islamista sciita e antisionista Hezbollah il 2 marzo scorso. Il precedente bilancio, risalente a ieri era di 886 vittime.
Il nuovo comunicato del ministero ha precisato che tra le vittime figurano 67 donne, 111 bambini e 38 operatori sanitari, mentre altre 2221 persone sono rimaste ferite.
«La diplomazia è l'unica soluzione possibile per (lo Stretto di) Hormuz. Lavoriamo con i partner del Golfo (Persico), con la Giordania, con l'Egitto ma anche con i partner di altre regioni. Cerchiamo di capire che proposte possiamo fare affinché si fermi questa guerra. Siamo tutti d'accordo su una cosa: vogliamo che finisca perché ha un costo troppo elevato per tutti a livello globale». Lo ha detto l'alta rappresentante dell'UE per gli affari esteri e la politica di sicurezza Kaja Kallas in audizione alla Commissione affari esteri del parlamento europeo.
Kallas, rispondendo ad una domanda su cosa abbia fatto l'Europa per sostenere la popolazione iraniana, ha detto che l'UE ha agito sul fronte della «società civile». «Ovviamente non possiamo parlarne apertamente, altrimenti queste persone sarebbero esposte a ritorsioni. Lo stesso vale per diverse ONG (organizzazioni non governative). Ma il punto è che i regimi raramente cambiano dall'esterno, cambiano sempre dall'interno. Ed è per questo che il nostro approccio è sempre stato quello di rafforzare la popolazione, affinché possa prendere in mano il proprio futuro».
«La Francia non prenderà mai parte alle operazioni per aprire e liberare lo Stretto di Hormuz», ha dichiarato oggi il presidente francese, Emmanuel Macron, rispondendo al suo omologo statunitense Donald Trump che ha ripetutamente esortato le nazioni occidentali a intervenire in aiuto degli Stati Uniti e di Israele nello Stretto. La Francia, tuttavia, «si terrà pronta a partecipare alle scorte navali quando la situazione sarà più tranquilla», ha proseguito. «La Francia non ha scelto questa guerra, non vi partecipa e adottiamo una posizione puramente difensiva», ha ribadito il capo dello Stato prima di una nuova riunione del Consiglio di difesa all'Eliseo. «I nostri obiettivi sono chiari: proteggere i nostri cittadini, le nostre risorse diplomatiche e militari nella regione», ha affermato il presidente, ribadendo anche l'obiettivo di «stare al fianco di tutti i nostri partner». «Abbiamo fornito loro supporto, con un obiettivo molto chiaro: contenere il più possibile la diffusione geografica del conflitto e garantire la libertà di navigazione e la sicurezza marittima nella regione».

A causa dell'attuale situazione in Medio Oriente e delle conseguenti forti limitazioni del traffico aereo Swiss prolunga la sospensione dei voli da e per Tel Aviv: il vettore elvetico e le altre compagnie aeree del gruppo Lufthansa rinunciano a servire la città israeliana fino al 9 aprile compreso. I passeggeri interessati possono cambiare gratuitamente la prenotazione per una data successiva oppure, in alternativa, ottenere il rimborso completo del prezzo del biglietto, ha indicato oggi l'azienda. «Swiss continua a monitorare attentamente la situazione e la valuta costantemente insieme alle autorità competenti in Svizzera e sul posto, nonché in coordinamento con il gruppo Lufthansa», conclude la società.
«Abbiamo eliminato Ali Larijani, il boss dei Guardiani della rivoluzione, il gruppo di gangster che de facto governa l'Iran e insieme a lui anche il capo della Forza Basij che diffonde il terrore tra la popolazione iraniana», ha detto il premier israeliano Benjamin Netanyahu in una dichiarazione video. «Stiamo aiutando i nostri amici americani nel Golfo e stiamo indebolendo questo regime nella speranza di dare al popolo iraniano la possibilità di rovesciarlo. Non accadrà tutto in una volta, non sarà facile. Ma se persevereremo, daremo loro la possibilità di prendere in mano il proprio destino», ha detto il premier nel corso della riunione di governo, stando a quanto riporta il canale televisivo israeliano Channel 12 (Keshet 12).
Ali Larijani è stata una delle figure politiche e militari più influenti dell'Iran moderno, descritto spesso come l'uomo più potente del paese dopo la Guida suprema, l'ayatollah Ali Khamenei, ucciso nel primo giorno della guerra scatenata da USA e Israele contro l'Iran. Suo fedelissimo, ricopriva incarichi strategici per la sopravvivenza del regime, a cominciare dal Consiglio supremo per la sicurezza nazionale. Il Basij è una forza paramilitare iraniana fondata nel novembre del 1979. È subordinato e riceve ordini dall'esercito dei Guardiani della rivoluzione islamica iraniana, i cosiddetti pasdaran.
«Si stanno creando alleanze con alcuni Stati che fino a poco fa sembravano immaginarie. È un nuovo Medio Oriente, ma non come quello di (Shimon) Peres, una visione irrealistica che guardava al mondo con occhiali rosa». Peres (1923-2016), laburista, è stato tra l'altro primo ministro e presidente dello Stato ebraico.
Il direttore del Centro nazionale antiterrorismo statunitense si è dimesso per protesta contro la guerra di Stati Uniti e Israele all'Iran. Joe Kent lamenta che l'amministrazione del presidente Donald Trump sia entrata nel conflitto solo a seguito di «pressioni da parte di Israele e della sua potente lobby americana».
«Dopo molte riflessioni, ho deciso di rassegnare le mie dimissioni dalla posizione di direttore del Centro nazionale antiterrorismo, con effetto immediato. Non posso in buona coscienza sostenere la guerra in corso in Iran. L'Iran non rappresentava una minaccia imminente per la nostra nazione, ed è chiaro che abbiamo iniziato questa guerra a causa delle pressioni di Israele e della sua potente lobby americana», ha scritto sulla rete sociale X.
In una lettera indirizzata a Trump, Kent ha denunciato la «campagna di disinformazione» orchestrata da alti funzionari israeliani e dai media che ha minato la «piattaforma America First» (primato all'America) del presidente. Sostenitore di Trump da anni, Kent è un veterano della guerra in Iraq e, nella missiva, ha spiegato come a suo avviso le argomentazioni a sostegno dell'attacco all'Iran e le promesse di una rapida vittoria riecheggiano il dibattito sull'entrata in guerra in Iraq nel 2003.
Kent ha quindi fatto riferimento alla sua defunta moglie Shannon, crittografa militare morta in Siria. «Come veterano che ha partecipato a undici missioni di combattimento e come marito di una soldatessa morta in una guerra provocata da Israele, non posso appoggiare l'invio della prossima generazione a combattere e morire in una guerra che non apporta alcun beneficio al popolo americano né giustifica il costo delle vite americane», ha indicato.
Con l'uscita di Kent, la direttrice dei servizi segreti Tulsi Gabbard perde un consigliere importante, uno che finora ha premuto per un approccio più moderato nella politica estera.
«Nel momento in cui la Russia ha invaso l'Ucraina, invece di investire massicciamente nelle energie rinnovabili, l'Europa si è concentrata sulla costruzione di terminali di gas naturale liquefatto, rendendosi vulnerabile a un altro shock».
«Ho sempre scherzato dicendo che il sole e il vento non sono perfettamente affidabili, ma sono più affidabili di Putin e sono più affidabili di Donald Trump. Quindi l'Europa avrebbe dovuto investire di più nella creazione di energia rinnovabile».
Lo ha affermato il Nobel per l'Economia Joseph Stiglitz intervenendo al Simposium fiscale UE 2026 a Bruxelles.
«Il mondo oggi affronta una crisi climatica, lo sappiamo tutti - ha spiegato Stiglitz -. Affronta anche una crisi delle disuguaglianze e una crisi della democrazia. C'è una vulnerabilità della democrazia, un arretramento democratico che molti di noi non si aspettavano nel corso della propria vita, e tutto questo è avvenuto molto rapidamente. Sapete tutti abbastanza della crisi climatica. È una crisi di lunga durata».
Su questo «le tasse avrebbero fatto una grande differenza - ha segnalato l'economista -: una carbon tax, non al livello basso che avete in Europa, non dovrei criticare perché negli Stati Uniti è pari a zero, ma a un prezzo del carbonio che rifletta il costo reale, superiore ai 100 euro per tonnellata».
Il Ministero dell'Intelligence iraniano afferma in un comunicato di aver confiscato «centinaia di dispositivi Starlink inviati dal nemico», riferendosi a Stati Uniti e Israele. Lo riporta la BBC citando media iraniani.
Nella nota Teheran ricorda che, secondo la legge, acquisire e utilizzare Starlink è un «crimine» e che durante la guerra chiunque lo faccia sarà punito con la «pena più severa».
L'utilizzo di Starlink in Iran è punibile con una pena detentiva fino a due anni, sottolinea il media britannico, ricordando che nel Paese è in vigore un'interruzione di internet dall'inizio della guerra, ma i residenti più esperti di tecnologia stanno utilizzando i dispositivi Starlink di SpaceX e condividendo le proprie connessioni con altri.
«Il filosofo in divisa». Così veniva chiamato Ali Larijani, una delle figure politiche e militari più influenti dell'Iran moderno, descritto spesso come l'uomo più potente del Paese dopo la Guida Suprema.
Fedelissimo dell'Ayatollah Ali Khamenei ricopriva incarichi strategici per la sopravvivenza del regime, a cominciare dal Consiglio Supremo per la Sicurezza Nazionale dove solo nell'agosto scorso era stato riconfermato segretario, con l'autorità assoluta sulla pianificazione bellica, la diplomazia nucleare e le alleanze internazionali con Russia e Qatar.
Nato nel 1958 a Najaf (città santa dello sciismo), da una prestigiosa famiglia clericale iraniana, aveva un dottorato in filosofia occidentale e una solida formazione scientifica con una laurea in matematica e informatica alla Sharif University.
A differenza di molti falchi del regime, Larijani era un intellettuale raffinato, ha scritto libri su Immanuel Kant e la filosofia occidentale. Un background culturale che gli ha fornito la capacità di essere un negoziatore astuto, in grado di usare la logica e la dialettica nei colloqui con i negoziatori occidentali che lo hanno sempre considerato un interlocutore temibile.
All'ideologia ha sempre contrapposto il pragmatismo: nonostante sia stato un fedelissimo della Guida Suprema, ha spesso rappresentato la ragion di Stato anche a costo di duri scontri interni come quelli - ricordano gli osservatori - con l'ex presidente Ahmadinejad.
Negli anni '80 è entrato nei Pasdaran (Guardie della Rivoluzione), servendo come vice-comandante durante la guerra contro l'Iraq mentre negli anni '90 ha diretto la Irib (la radiotelevisione di Stato), trasformandola in un potente strumento di propaganda e controllo.
Negli anni 2005-2007 è stato il volto dell'Iran nei colloqui sul programma nucleare. Si dimise per profondi contrasti con l'allora presidente Ahmadinejad, che considerava troppo irruento e dannoso per gli interessi strategici del Paese. Presidente del Parlamento (dal 2008 al 2020), lo ha guidato agendo come «grande mediatore» tra i conservatori radicali e i moderati. È stato lui a permettere l'approvazione parlamentare dell'accordo nucleare (Jcpoa) del 2015. In seguito all'escalation militare con gli Stati Uniti e Israele, era stato designato come figura chiave per garantire la continuità del potere in caso di vuoto istituzionale.
Larijani ha iniziato il suo percorso nei Pasdaran servendo come ufficiale durante la guerra Iran-Iraq. Ma veniva considerato un conservatore pragmatico, capace di bilanciare il nazionalismo con l'adattabilità diplomatica, pur essendo stato sanzionato dagli Stati Uniti per la repressione violenta delle proteste.
Faceva parte di quella che a Teheran chiamano la «dinastia dei Larijani»: il padre era un Grande Ayatollah e i suoi fratelli occupavano ruoli cruciali. Legami familiari che gli garantivano una rete di protezione e informazioni che nessun altro politico aveva, rendendolo quasi «intoccabile».
Almeno tre persone sono state uccise negli ultimi raid aerei israeliani nel sud del Libano, secondo quanto riferito dall'agenzia governativa libanese Nna. Le fonti affermano che il bombardamento ha colpito la città di Bint Jbeil, dove oltre alle tre vittime si registrano anche diversi feriti trasportati negli ospedali della zona.
Nelle ultime ore l'aviazione israeliana ha condotto altri attacchi contro diverse località del Libano meridionale, tra cui Jarmaq nel distretto di Jezzine, Yohmor Shqif nella regione di Nabatiye e Aitit nel distretto di Tiro. A Aitit tre persone sono rimaste ferite in seguito a due successive incursioni di droni israeliani, secondo quanto riferisce la stessa agenzia ufficiale libanese.
Altri bombardamenti hanno preso di mira i villaggi di Jmaijme e Burj Qalawie, nel distretto di Bint Jbeil. In quest'ultimo caso il sito colpito si trova nelle vicinanze di un orfanotrofio. Parallelamente, l'artiglieria israeliana ha colpito in modo continuativo anche le località di Kafra, sempre nel distretto di Bint Jbeil, e le aree attorno a Debbin, nel distretto di Marjoyun, nei pressi del campo di Marj al-Khukh.
Altri tiri di artiglieria hanno interessato anche la località di Baraashit, dove sono intervenute squadre di soccorso per liberare le strade dalle macerie e consentire il passaggio dei veicoli nel villaggio.
«Saranno i cittadini comuni a sostenere la maggior parte dei costi», tra «aumento dei prezzi del petrolio» e dei beni importati. «Gli USA avevano già una crisi del costo della vita, e ora è ancora più grave».
«Questo è uno degli eventi peggiori che si possano immaginare per la democrazia», ha detto il Nobel per l'Economia Joseph Stiglitz in un'intervista all'ANSA prima della partecipazione a Bruxelles al Simposio Fiscale UE 2026.
«Non solo Trump ha ridotto le sanzioni contro la Russia, ma il prezzo del petrolio russo è schizzato alle stelle»: «purtroppo la Russia è un grande vincitore».
Stiglitz, che oggi ha 83 anni, ha vinto nel 2001 il Nobel per l'economia per i suoi contributi a studi che hanno dimostrato come l'informazione imperfetta porti a fallimenti di mercato, giustificando l'intervento governativo.
«Vediamo gli americani pagare il prezzo in termini di aumento dei prezzi del petrolio e di tutto ciò che importano, con effetti lungo tutta la catena di approvvigionamento» è stata la premessa. «Gli Stati Uniti avevano già una crisi del costo della vita, e ora è ancora più grave», ha proseguito il noto economista statunitense.
«Finora l'Iran ha provocato forti aumenti nei prezzi di petrolio e gas, ma ci aspettiamo che, se la situazione continuerà, questi aumenti si estendano anche al cibo, all'alluminio e a molte altre materie prime», ha segnalato.
In questa situazione «ci sono alcuni vincitori - ha sottolineato -: le compagnie petrolifere stanno andando molto bene. Stavo scherzando con un rappresentante del governo norvegese e gli ho detto: 'Questo è davvero ottimo per la Norvegia'. Quindi ci sono dei vincitori e, purtroppo, la Russia è un grande vincitore».
«Non solo Trump ha ridotto le sanzioni contro la Russia, ma il prezzo del petrolio russo è schizzato alle stelle - ha concluso -. Questo è uno degli eventi peggiori che si possano immaginare per la democrazia».
Gli alleati di Donald Trump sono preoccupati per la guerra in Iran. Dopo aver appoggiato l'operazione, ora, a più di due settimane dall'inizio della campagna, temono che il presidente non controlli più come o quando la guerra finirà.
Il timore - riportano i media americani - è che gli attacchi iraniani allo Stretto di Hormuz stiano mettendo Trump alle strette, spingendolo verso una escalation che potrebbe includere anche l'invio di truppe di terra.
«Abbiamo chiaramente inflitto una sonora lezione all'Iran sul campo, ma ora sono loro ad avere il coltello dalla parte del manico», ha detto una fonte vicina alla Casa Bianca a Politico. «Sono loro a decidere per quanto tempo saremo coinvolti e se invieremo truppe di terra. Non mi sembra - ha aggiunto - che ci sia una via d'uscita se vogliamo salvare la faccia».
Fonti di laboratorio forensi interpellate dalla BBC sostengono che «più di cento persone sono state uccise» nel centro per la riabilitazione dalle droghe di Kabul che il governo talebano al potere in Afghanistan accusa le truppe pachistane di aver colpito in un bombardamento: lo scrive l'emittente britannica sul suo sito web.
«Siamo profondamente preoccupati per la situazione in Libano. La situazione umanitaria è drammatica, con oltre 900.000 sfollati, pari a circa il 20% della popolazione. Qualsiasi ulteriore offensiva di terra aggraverebbe la crisi. I civili stanno pagando il prezzo più alto: circa 900 morti, tra cui oltre 100 bambini».
Lo ha detto un portavoce della Commissione UE durante il briefing con la stampa, tornando a condannare «il rifiuto di Hezbollah di consegnare le armi e la prosecuzione degli attacchi indiscriminati contro Israele, che stanno trascinando il Libano in una spirale di violenza, in una guerra che né il Paese né il suo popolo hanno scelto».
«Accogliamo con favore l'appello delle autorità libanesi a negoziati diretti con Israele: è essenziale tornare al tavolo e concordare un cessate il fuoco immediato», ha sottolineato, aggiungendo che «gli attacchi contro civili, infrastrutture civili, personale sanitario, strutture mediche e anche contro Unifil sono ingiustificati, inaccettabili e devono cessare immediatamente».
L'ambasciatore iraniano a Mosca, Kazem Jalali, ha smentito le notizie secondo cui il nuovo leader supremo Mojtaba Khamenei si troverebbe in Russia per cure mediche.
«Prima del giorno dell'aggressione americana e sionista contro l'Iran, la mattina del mese sacro più venerato, la notizia della fuga del martire Khamenei in Venezuela e Russia ha dominato la copertura mediatica del movimento satanico. Oggi, la notizia del trasferimento della Guida suprema della Rivoluzione in Russia per cure è una nuova guerra psicologica. I leader iraniani non hanno bisogno di fuggire e nascondersi nei rifugi», ha dichiarato Jalali, citato dalla Tass.
Ieri la testata kuwaitiana Al-Jarida, avava riferito che Mojtaba Khamenei sarebbe stato segretamente trasportato a Mosca su un aereo militare russo per sottoporsi a un intervento chirurgico, dopo essere rimasto ferito nell'attacco del 28 febbraio.