

Il premier israeliano Benyamin Netanyahu voleva chiedere la settimana scorsa agli iraniani di scendere in piazza e manifestare contro il loro governo, ma il presidente americano Donald Trump ha respinto l'idea perché sarebbe stato troppo pericoloso.
«Perché dovremmo dire alla gente di scendere in strada quando verrebbe semplicemente falciata?», ha detto il presidente respingendo la proposta di Netanyahu. Lo riporta Axios citando alcune fonti, secondo le quali Trump temeva un massacro.
Secondo il «Financial Times» il segretario generale della NATO Mark Rutte «ha irritato» le capitali europee con il suo sostegno senza ambiguità alla guerra di Donald Trump contro l'Iran, mentre il continente è alle prese con uno shock energetico provocato dal conflitto, che mette ulteriormente sotto pressione l'alleanza transatlantica.
Il suggerimento di Rutte secondo cui gli alleati europei finirebbero per «unirsi» all'appello del presidente statunitense a schierare assetti navali nello Stretto di Hormuz ha irritato funzionari in diverse capitali europee, hanno riferito diplomatici dell'Alleanza al giornale, aggravando le tensioni interne alla NATO su quanto spingersi nel sostenere il suo membro più grande.
«Ci mette in una posizione davvero scomoda e difficile», ha detto un diplomatico dell'UE. «Vogliamo mostrare disponibilità, ma è anche vero che non siamo nella posizione di essere coinvolti» in alcun modo.
Domenica, ricorda il «Financial Times», Rutte ha affermato che Trump ha deciso di bombardare l'Iran «per rendere il mondo più sicuro», aggiungendo come sia «logico che i paesi europei impieghino un paio di settimane per coordinarsi».
Trump da parte sua ha rimproverato gli alleati NATO per non aver risposto immediatamente al suo appello, definendoli «codardi» e avvertendo che senza gli USA l'Alleanza atlantica sarebbe «una tigre di carta».
Tre diplomatici europei di paesi membri della NATO hanno espresso al quotidiano britannico preoccupazione per la divergenza tra le dichiarazioni di Rutte e la posizione della maggioranza delle capitali europee. Pur non vedendo motivo di criticare direttamente Trump, non concordano neppure nel sostenere la sua decisione di entrare in guerra.
Un funzionario della NATO ha dichiarato al «Financial Times» che l'Alleanza «non è coinvolta nella guerra in Iran, ma monitora attentamente la situazione per garantire la sicurezza degli alleati. Il segretario generale è in costante contatto con i leader alleati».
"Il nostro obiettivo non è negoziare" con gli USA, ma "continuare a resistere". Lo afferma il ministro degli esteri iraniano Abbas Araghchi, che ha anche ribadito che lo stretto di Hormuz è "chiuso solo ai nemici".
"Al momento la nostra politica è di continuare a resistere", ha detto Araghchi alla tv di Stato, aggiungendo: "non intendiamo negoziare, finora non ci sono stati negoziati e credo che la nostra posizione sia assolutamente di principio". "Parlare di negoziati ora equivale ad ammettere la sconfitta", ha aggiunto.
"Lo stretto di Hormuz, dal nostro punto di vista, non è completamente chiuso, è chiuso solo per i nemici", ha detto ancora il ministro degli esteri, il quale ha aggiunto che "non c'è motivo per permettere alle navi dei nemici e dei loro alleati di passare". Araghchi ha affermato che le forze armate iraniane hanno già "consentito il passaggio sicuro" per le navi di nazioni amiche.
Intanto il "Wall Street Journal", citando alcune fonti, scrive che gli Stati Uniti e Israele hanno temporaneamente rimosso Araghchi e il presidente del parlamento Mohammed-Bagher Ghalibaf dalla lista degli obiettivi da eliminare, considerando che gli Stati Uniti stanno valutando la possibilità di colloqui.
I messaggi contrastanti che arrivano da Washington e Teheran alimentano l'incertezza sui prossimi sviluppi della guerra del Golfo.
La trattativa è iniziata, con un piano americano in quindici punti che prevede lo smantellamento del nucleare iraniano, lo sblocco di Hormuz e come contropartita la revoca delle sanzioni. La proposta però è stata giudicata «eccessiva» dal regime, che a sua volta ha messo sul piatto le sue cinque condizioni, tenendo il punto sul controllo dello Stretto.
Nel frattempo i mediatori regionali stanno lavorando per organizzare un incontro ad alto livello già nel fine settimana, con il Pakistan come sede privilegiata. «Il negoziato continua», ha assicurato la Casa Bianca, lanciando allo stesso tempo un nuovo avvertimento agli ayatollah: il presidente Donald Trump «non sta bluffando ed è pronto a scatenare l'inferno» se non si farà un accordo.
Stati Uniti e Iran nella dialettica pubblica continuano a sfidarsi. Da una parte il commander-in-chief che insiste sulla retorica della vittoria ormai a un passo, e dall'altra le forze armate dei mullah, che considerano gli americani «così nei guai che negoziano con loro stessi».
Nella sostanza invece qualcosa si sta muovendo, perché Washington ha fatto filtrare sui media quella che ritiene una proposta di compromesso. Nel dettaglio, Teheran deve impegnarsi a rinunciare all'arricchimento dell'uranio, affidando le sue scorte all'Agenzia internazionale per l'energia atomica (AIEA), e consentire il traffico marittimo internazionale attraverso Hormuz.
In cambio otterrebbe, oltre all'eliminazione di sanzioni, di non dover rinunciare ai progetti missilistici, salvo limitarne la quantità e la gittata. In ogni caso, questo dossier sarebbe affrontato in seguito.
La Repubblica islamica, nonostante l'apertura sui missili, ha bocciato lo schema americano. Fonti interne hanno fatto trapelare una controproposta che prevede «la cessazione degli attacchi e degli assassinii, garanzie contro futuri conflitti, il pagamento dei danni di guerra, la fine dei combattimenti su tutti i fronti che coinvolgono gruppi alleati e il riconoscimento dell'autorità iraniana sullo Stretto di Hormuz».
Al netto della distanze sui temi del confronto, il primo obiettivo della diplomazia è che le parti inizino a parlarsi in via ufficiale, anche in modo indiretto. Fonti americane hanno dato conto di un lavoro della Casa Bianca per organizzare colloqui nel fine settimana in Pakistan o, in alternativa, in Turchia. A Islamabad si respira fiducia e si ipotizza una «svolta» a breve.
Da definire anche i team negoziali. La teocrazia, che dovrebbe schierare il potente speaker del parlamento Mohammad Ghalibaf, ha fatto capire di non volersi sedere al tavolo con Steve Witkoff e Jared Kushner, colpevoli di «tradimento» a causa degli attacchi militari scattati poche ore dopo i colloqui tenuti a febbraio. Ai due emissari di Trump viene «preferito» il vicepresidente JD Vance, rimasto in gran parte in silenzio durante il conflitto perché fedele all'isolazionismo MAGA («Make America Great Again»; lo slogan del presidente) che non gradisce guerre in giro per il mondo.
Il timore degli iraniani che Trump stia fingendo di negoziare è motivato dalle notizie di un crescente dispiegamento americano nella regione. I media statunitensi hanno parlato di circa 7'000 unità di rinforzo, inclusi i 1'000-2'000 paracadutisti che opererebbero in sinergia con i marines per due possibili obiettivi di ampio respiro: prendere il controllo dell'isola di Kharg, centro nevralgico del petrolio iraniano, o bonificare Hormuz eliminando le postazioni missilistiche nemiche lungo la costa.
«Monitoriamo i movimenti delle truppe, non metteteci alla prova», le parole di Ghalibaf, secondo cui gli USA si preparano ad «occupare una delle nostre isole con il supporto di un paese della regione». E così l'esercito di Teheran ha minacciato di aprire un nuovo fronte nello stretto di Bab el-Mandab, che congiunge il Mar Rosso con il Golfo di Aden.
Agli sviluppi diplomatici guarda anche Israele. Secondo il «New York Times», le Forze di difesa (IDF) dello Stato ebraico hanno ricevuto ordini di compiere ogni sforzo nelle prossime 48 ore per distruggere il più possibile dell'industria bellica iraniana, prima dell'eventuale apertura di un tavolo di pace. Il premier Benyamin Netanyahu considera la guerra «non ancora finita».
La guerra in Iran mette ancora alla prova il ruolo del dollaro come valuta di riferimento per il commercio globale di petrolio, con la possibile conseguenza a lungo termine: un maggiore uso dello yuan cinese a danno del biglietto verde.
«Il conflitto potrebbe essere il catalizzatore per l'erosione del dominio del petrodollaro e l'inizio della nascita del petroyuan», ha rimarcato Mallika Sachdeva, strategist di Deutsche Bank, in una nota diffusa martedì.
Un segnale di allerta quando salgono le chance di recessione negli Usa, tra conflitto e alti prezzi del greggio: Moody's Analytics le stima al 48,6% nei prossimi 12 mesi mentre Goldman Sachs al 30%.
Per decenni, a partire dagli anni '70, le relazioni di Washington con gli Stati del Golfo hanno poggiato sull'intesa implicita di protezione Usa per l'accesso alle fonti di energia dell'area, di quotazione del petrolio in dollari e di reinvestimento di centinaia di miliardi di proventi nell'acquisto di armi, tecnologie, azioni e bond americani.
Assetti che hanno spinto il biglietto verde a valuta di riserva mondiale. Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti, Qatar, Oman e Bahrein hanno le loro valute ancorate al dollaro, con riserve di sostegno in 800 miliardi. Una cifra che va oltre i 6.000 miliardi nei fondi sovrani del Consiglio di Cooperazione del Golfo.
Nella sua nota, Sachdeva sostiene che il regime del petrodollaro fosse già sotto pressione prima della guerra, con la gran parte del greggio mediorientale diretto in Asia: l'oro nero russo e iraniano, soggetto a sanzioni, è già scambiato in valute diverse dal dollaro. E l'Arabia Saudita ha localizzato la sua industria della difesa e sperimentato pagamenti del petrolio in valute diverse dal dollaro.
Adesso, l'Iran, starebbe consentendo il passaggio delle navi attraverso lo Stretto di Hormuz a condizione che i pagamenti per il petrolio siano in yuan. La Cina, oltre a essere partner storico, è soprattutto il principale cliente petrolifero dell'Iran, importando a sconto il 90% della produzione di Teheran.
Sulla tenuta economica Usa, intanto, aumentano i timori. Secondo Wilmington Trust, le chance di recessione sono al 45%, e possono salire «rapidamente nel caso di un severo e prolungato conflitto in Medio Oriente». In tempi normali, i rischi di recessione in 12 mesi sono del 20%. Allo stato «sono elevati e in aumento. La minaccia è reale», ha notato Mark Zandi, capo economista di Moody's Analytics.
Anche perché è «improbabile che i produttori statunitensi di petrolio e gas aumentino a breve la propria produzione, nonostante l'impennata dei prezzi», ha chiarito Mike Sommers, il numero uno dell'American Petroleum Institute (Api), la più grande associazione a stelle e strisce del settore.
Rispetto alle precedenti crisi petrolifere, i produttori americani non hanno incrementato la produzione, in parte perché molti temono che gli attuali prezzi siano troppo volatili, ha aggiunto Sommers. Che ha sollecitato Washington ad assicurare l'apertura di Hormuz, da cui transita circa il 20% della produzione mondiale di greggio, non essendo più ipotizzabile di lasciare Teheran «in una posizione tale da consentirgli di controllare lo Stretto con un qualsiasi drone lanciato nel canale in un giorno qualunque».
Scendono le quotazioni del petrolio del Golfo sulle speranze dei negoziati di pace Iran-Usa. Il greggio Oman-Dubai è sceso in una sola seduta di 45 dollari al barile tornando a quota 110 dollari mentre il Murban di Abu-Dhabi è calato a 119 dollari. Il petrolio chiude in calo a New York, dove le quotazioni perdono il 2,20% a 90,32 dollari al barile.
Se gli USA dovessero attaccare il territorio iraniano o le sue isole, l'Iran potrebbe aprire un nuovo fronte nello stretto di Bab el-Mandab, che congiunge il mar Rosso con il golfo di Aden. Lo afferma una fonte militare iraniana anonima all'agenzia Tasnim, ritenuta vicina alle Guardie rivoluzionarie.
«Se il nemico volesse intraprendere azioni terrestri nelle isole iraniane o in qualsiasi altro luogo del nostro territorio, o infliggere danni all'Iran con movimenti navali nel Golfo Persico e nel Mar d'Oman, apriremo altri fronti a sorpresa, in modo che la loro azione non solo non gli porti alcun beneficio, ma raddoppi anche i costi», afferma la fonte militare iraniana.
«Lo Stretto di Bab el-Mandab è considerato uno degli stretti strategici del mondo e l'Iran ha sia la volontà che la capacità di creare una minaccia del tutto credibile nei suoi confronti. Pertanto, se gli americani intendono risolvere la questione dello Stretto di Hormuz con misure avventate, farebbero bene a non aggiungere un altro stretto ai loro problemi e alle loro difficoltà», ha aggiunto la fonte, affermando che l'Iran è pienamente preparato ad inasprire la situazione.
Israele sta colpendo il maggior numero possibile di obiettivi chiave in Iran nel timore che la guerra possa fermarsi presto. Lo riporta il "New York Times" citando alcune fonti, secondo le quali il premier Benyamin Netanyahu ha ordinato ieri di compiere ogni sforzo nelle prossime 48 ore per distruggere il più possibile dell'industria bellica iraniana.
Israele teme che si possa giungere a un accordo fra Stati Uniti e Iran prima del raggiungimento dei suoi risultati.
I porti russi sul Baltico di Primorsk e Ust-Luga, importanti terminali di esportazione, hanno sospeso oggi il carico di petrolio greggio e prodotti petroliferi dopo che massicci attacchi di droni ucraini hanno innescato un incendio visibile dalla Finlandia: lo scrive Reuters sul suo sito.
Gli attacchi con droni contro i porti baltici rappresentano uno dei più grandi attacchi finora perpetrati contro le infrastrutture russe per l'esportazione di petrolio nei quattro anni di guerra, e probabilmente aumenteranno l'incertezza sui mercati petroliferi globali causata dal conflitto in Medio Oriente.
La Russia ha evacuato altro personale dalla centrale nucleare iraniana di Bushehr. Lo ha reso noto il capo dell'agenzia atomica russa, dopo un attacco notturno al complesso.
«Oggi, intorno alle 07.20 ora di Mosca, 163 persone hanno lasciato Bushehr per il confine irano-armeno», ha dichiarato il direttore di Rosatom, Alexey Likhachev, citato dall'agenzia di stampa russa Ria Novosti. «In questo momento ne rimangono circa 300», ha aggiunto in dichiarazioni ai giornalisti.
La Russia ha contribuito alla costruzione dell'impianto sulla costa iraniana del Golfo Persico e i suoi tecnici contribuiscono a gestirlo.
Dall'inizio della guerra con l'Iran i funzionari americani preparano ogni giorno un video per il presidente Donald Trump che mostra le immagini degli attacchi più grandi e riusciti contro gli obiettivi iraniani delle precedenti 48 ore. Lo riporta la NBC citando alcune fonti, secondo le quali i video realizzati stanno iniziando a preoccupare gli alleati di Trump.
Il timore è che il presidente non riceva un quadro completo della guerra e che i video aumentino la sua frustrazione nei confronti della copertura mediatica della guerra.
L'Iran respinge la proposta degli Stati Uniti definendola «eccessiva» e rilancia le sue condizioni per un eventuale cessate il fuoco. Lo riporta l'emittente iraniana Press TV, che cita un alto funzionario.
«L'Iran porrà fine alla guerra quando lo deciderà e quando saranno soddisfatte le sue condizioni. Prima di allora non si terranno negoziati», ha affermato la fonte.
Il funzionario ha delineato le richieste, tra cui «la cessazione degli attacchi e degli assassinii, garanzie contro futuri conflitti, il pagamento dei danni di guerra, la fine dei combattimenti su tutti i fronti che coinvolgono gruppi alleati e il riconoscimento della sovranità iraniana sullo Stretto di Hormuz come suo diritto naturale e legale».
La tv di stato iraniana, citando il funzionario, ha detto che Teheran ha comunicato agli Stati Uniti, tramite un intermediario, che continuerà a difendersi. «L'Iran non permetterà al presidente statunitense Trump di dettare i tempi della fine della guerra», ha chiarito la fonte.
Il Pentagono ha raggiunto un'intesa con i principali appaltatori della difesa su una serie di accordi quadro allo scopo di accelerare la produzione di sistemi missilistici strategici, impiegati con grande frequenza durante le fasi iniziali del conflitto di Stati Uniti e Israele contro l'Iran.
Lockheed Martin e BAE Systems Inc, nel dettaglio, hanno concordato piani con il Dipartimento della difesa per «quadruplicare la produzione dei sistemi di puntamento (seeker) per il missile intercettore Thaad (Terminal High Altitude Area Defense)», riferisce una nota.
In virtù di tali accordi, Honeywell Aerospace «aumenterà drasticamente la produzione di componenti critici per le scorte di munizioni USA», nell'ambito di un investimento pluriennale di 500 milioni di dollari.
«Una de-escalation» nella guerra con l'Iran è l'obiettivo «più importante» in questa fase, anche per frenare l'impennata dei costi globali dell'energia e il loro impatto sulle bollette britanniche. Lo ha ribadito il premier laburista Keir Starmer nel Question Time del mercoledì alla Camera dei Comuni, nell'ambito di un acceso botta e risposta con la leader dell'opposizione conservatrice Kemi Badenoch sullo stop nelle estrazioni di petrolio e gas nella acque britanniche del Mare del Nord.
Badenoch ha contestato il premier sul mancato via libera a una nuova licenza d'estrazione in Scozia, accusandolo di nascondersi «pateticamente» dietro le prerogative ministro dell'Energia, Ed Miliband.
Accuse a cui Starmer ha replicato richiamandosi insistentemente alla «legge» che assegna il potere normativo sulle licenze al titolare dell'Energia ed evocando la necessità di puntare in prima battuta «sulle fonti rinnovabili e sul nucleare» per evitare che la sicurezza energetica del Paese venga condizionata da produttori petroliferi quali «Iran o Russia». Ma soprattutto rinfacciando alla leader Tory d'avere inizialmente cercato di spingere il Regno Unito a entrare in guerra contro l'Iran al fianco di Usa e Israele, salvo fare poi «marcia indietro». Una guerra in cui «io ho invece deciso di non trascinare il Paese» in nome «dell'interesse nazionale», puntando al contrario su una strategia di «sicurezza collettiva concordata con gli alleati», ha rivendicato sir Keir.
Teheran non accetta il cessate il fuoco e definisce «illogici» i colloqui con parti che violano gli accordi. Lo riporta l'agenzia Bloomberg citando l'agenzia di stampa iraniana FARS, che a sua volta cita una fonte informata, dopo il pressing degli Stati Uniti per il negoziato.
«A seguito della decisione del Ministero dei trasporti di ridurre in modo significativo il traffico aereo, che comporta una forte diminuzione della frequenza dei voli e limiti al numero di passeggeri ammessi su ciascun volo in partenza da Israele, i voli dei clienti che avevano in programma di partire da Israele fino al 4 aprile sono stati cancellati, compresi i corrispondenti voli di ritorno. È stata inviata una notifica a tutti i passeggeri interessati». È quanto si legge in una nota della compagnia aerea israeliana El Al, che vola anche a Zurigo e Ginevra.
«In questi giorni - prosegue il testo - stiamo operando un numero limitato di voli verso le principali destinazioni: New York (JFK e Newark), Los Angeles, Miami, Londra, Parigi, Roma e Atene. Al momento, i voli in arrivo in Israele da queste destinazioni operano senza restrizioni sui passeggeri».
Inoltre «stiamo operando cinque voli speciali di recupero da Bangkok a Israele. La maggior parte dei passeggeri che originariamente avrebbero dovuto volare fino al 23 marzo sono già stati riprenotati su questi voli. I passeggeri che non sono ancora stati riprenotati saranno contattati proattivamente non appena sarà possibile operare voli aggiuntivi, nel rispetto delle linee guida delle autorità».
Secondo il capo della Mezzaluna Rossa iraniana, Pirhossein Kolivan, «oltre 85.000 siti civili sono stati danneggiati, 66 bambini sotto i 5 anni uccisi, con centri sanitari e scuole presi di mira. Le violazioni vengono documentate e segnalate agli organismi internazionali». Lo riporta l'account X del Governo della Repubblica islamica iraniana.
Hezbollah ha affermato che il Libano è di fronte a una scelta «tra resa e resistenza armata a Israele» e ha invitato all'«unità nazionale» contro quella che ha definito «aggressione israelo-americana». Lo ha dichiarato il segretario generale del movimento, Naim Qassem, in un comunicato diffuso dalla tv al-Manar. Qassem ha sostenuto che esiste un progetto di «Grande Israele», fondato sull'espansione regionale «dal Nilo all'Eufrate», in riferimento implicito alle operazioni militari israeliane in Libano e nella vicina Siria.
Ha inoltre accusato Israele di aver proseguito gli attacchi contro il Libano per oltre quindici mesi senza rispettare gli accordi. Il leader del gruppo ha respinto l'ipotesi di disarmo della «resistenza» e di negoziati con Israele «sotto il fuoco», definendoli passi verso la resa e la perdita della sovranità nazionale.
Secondo Qassem, la risposta agli attacchi rappresenta «una responsabilità nazionale» che coinvolge governo, esercito e popolazione, mentre la resistenza resta «la speranza e la liberazione». Nel comunicato si sottolinea che il conflitto in corso non è «una guerra per conto di altri», ma uno scontro diretto tra Libano e Israele sostenuto dagli Stati Uniti, in risposta alle dichiarazioni del primo ministro libanese Nawaf Salam, che ha parlato di una guerra «decisa da altri». Qassem ha infine invitato a sospendere ogni divisione interna e a concentrarsi su un obiettivo prioritario: «fermare l'aggressione e liberare il territorio».
Il governo iracheno ha convocato l'incaricato d'affari dell'ambasciata americana a Baghdad per consegnare una nota di protesta formale, «ferma e inequivocabile», dopo il raid USA che ha colpito la base di Habbaniya, causando 7 morti e 13 feriti tra i militari. Lo ha dichiarato il portavoce del comandante in capo delle forze armate, Sabah Numan, citato dall'agenzia governativa Nina.
Baghdad ha definito l'attacco «un crimine a tutti gli effetti» e una violazione del diritto internazionale, affermando che «non resterà in silenzio» di fronte all'uccisione dei propri soldati e avvertendo del rischio di un deterioramento dei rapporti con gli Stati Uniti.
Il primo ministro ha inoltre incaricato il ministero degli Esteri di formalizzare la protesta per ribadire la sovranità irachena e condannare «comportamenti irresponsabili». Le autorità irachene presenteranno anche un ricorso al Consiglio di sicurezza dell'Onu, corredato da documenti e dettagli sull'accaduto, per rivendicare i diritti del Paese e dei suoi cittadini di fronte a queste violazioni.
Il governo iracheno e le forze armate «hanno il diritto di rispondere con tutti i mezzi disponibili, nel rispetto della Carta delle Nazioni Unite», dopo il bombardamento americano che ha colpito la base di Habbaniya nella regione occidentale di al-Anbar. Lo ha dichiarato il portavoce del comandante in capo delle forze armate, Sabah Numan.
In un comunicato citato dall'agenzia di notizie governativa Nina, Numan ha affermato che, «nonostante gli sforzi politici e operativi dell'Iraq per restare fuori dal conflitto regionale e l'impegno diplomatico per il cessate il fuoco e la stabilità», sono proseguiti gli attacchi contro le forze irachene. L'ultimo, ha aggiunto, è avvenuto questa mattina contro l'ambulatorio medico-militare di Habbaniya, causando 7 uccisi e 13 feriti tra i membri dell'esercito.

