
Dopo mesi di tentennamenti, tentativi di mediazione italiana e francese prima, turca e russa poi, finalmente il presidente libico Fayez al-Sarraj e il generale Khalifa Belqasim Haftar potrebbero sedersi allo stesso tavolo domenica a Berlino. Ma qual è la posta in gioco, chi sono gli attori principali, quante sono le possibilità di una pace duratura e, soprattutto, quali sono le eventuali conseguenze per l'Europa e per la Svizzera?
Un incontro inseguito a lungo
È dall'abbattimento di Muammar Gheddafi che il Paese nordafricano si trova in uno stato di caos, ed è dal 2014 che si parla di "seconda guerra civile" in Libia. Gli attori principali, essenzialmente, sono sempre due: il governo libico ufficiale, riconosciuto dall'Onu e presieduto da Fayez al-Sarraj, e l'Esercito Nazionale Libico del generale Khalifa Belqasim Haftar, che ha unificato i resti dell'esercito di Gheddafi per prendere il controllo militare di gran parte del Paese. Ed è questo il grosso problema: nelle ultime settimane il suo esercito si è avvicinato pericolosamente alla capitale Tripoli, arrivando a prendere Sirte, a circa 400km dalla città. Poi ha preso possesso di Misurata (terza città libica dopo Tripoli e Benghasi) e infine, secondo gli ultimi rapporti, si sarebbe impadronito di Tahrunah, a meno di 100km dalla capitale (vedi mappa nella gallery). Negli ultimi mesi Francia e Italia avevano provato a mediare per un cessate il fuoco, ma senza grandi risultati.
Intervento turco e risposta russa
Il pericolo di una presa di Tripoli da parte dell'Esercito Nazionale Libico ha però risvegliato la Turchia, che sostiene apertamente Serraj e che ha subito inviato truppe a supporto dell'alleato libico, minacciando di mandarne altre a breve. Tra i soldati giunti in Libia ci sarebbero, tra l'altro, anche membri di milizie islamiste già impiegate in Siria. Questa mossa, come in un domino, ha attivato i russi, alleati di Haftar e con già molti mercenari sul territorio a combattere per il generale (anche se Putin nega). Per evitare quindi una collisione frontale tra le due nazioni, che ultimamente sono in buoni rapporti, si è deciso di arrivare a una mediazione, con Haftar e Serraj convocati e quasi costretti ad un incontro a Mosca per appianare le divergenze.
Il vertice di Berlino
L'incontro è riuscito in parte, dando origine a un cessate il fuoco che sembrerebbe reggere parzialmente, ma non è riuscito a far firmare una vera e propria tregua. I due capifazione avrebbero infatti rifiutato di incontrarsi e Haftar, che probabilmente vede davanti a sé la possibilità di vincere il conflitto, non ha voluto firmare nessuna risoluzione. Questo ha portato in campo la Germania, che ha cercato di riportare l'UE al centro della mediazione proponendo un vertice a Berlino, che avrà luogo domenica 19 gennaio. Sia Haftar che Serraj, dopo qualche tentennamento, hanno accettato di presenziare, e c'è chi spera sia veramente l'occasione in cui si riuscirà a costituire una tregua duratura. Al vertice saranno presenti, oltre ovviamente a Merkel, Putin ed Erdogan, capi di stato o emissari delle principali nazioni europee, Cina, Egitto ed Emirati, assieme ai diretti interessati e al Segretario di Stato americano Mike Pompeo che ha confermato giovedì la sua presenza.
La posta in gioco: flussi migratori e gas
Un primo grosso vantaggio derivante dal controllo dello Stato nordafricano sarebbero le concessioni sulle riserve di gas e petrolio libico, che ovviamente fanno gola a tutti. Un altro dei motivi è la possibilità di quello che sarebbe un piccolo incubo per l'Unione Europea: lasciare alla Turchia il controllo sui flussi migratori non sulla rotta dei balcani, ma anche dal Nord Africa. Attualmente infatti lo Stato turco trattiene nel suo Paese milioni di profughi da Medio Oriente e Asia Centrale che altrimenti arriverebbero sulle coste europee. Stato turco che, in cambio, riceve miliardi di euro dall'Unione Europea, e non ha mai mancato di "tirare sul prezzo", minacciando di riaprire i "rubinetti" dell'immigrazione qualora le loro richieste non fossero accolte. La possibilità che Ankara possa fare lo stesso anche con l'Africa sicuramente è qualcosa che probabilmente disturba i sonni di molti politici europei, e che potrebbe avere conseguenze anche per la Svizzera nel caso si riaprissero i flussi dal mediterraneo.
Si arriverà a una soluzione?
È notizia di ieri che il premier turco Erdogan avrebbe criticato il generale Haftar, perché a suo dire continuerebbe a bombardare Tripoli nonostante la tregua. Su queste premesse, sarà possibile arrivare a una soluzione? I dubbi rimangono. Secondo l’analista dell’European University institute Virginie Collombier, intervistata da L'Internazionale, Haftar ha infatti pochi interessi a tirarsi indietro a pochi passi dalla vittoria e, soprattutto, sarebbe sostenuto in questo sia dall'Egitto che dagli Emirati Arabi Uniti. Bisogna inoltre notare, precisa sempre la Collombier, che le fazioni di Haftar e Serraj sono composte da una miriade di altri gruppi, e che rischierebbero quindi di sfasciarsi dall'interno nel caso in cui non fossero d'accordo con le decisioni dei leader. Infine, se anche si arrivasse a un effettivo accordo, quanto durerebbe? Quanto può resistere un Paese spaccato a metà? Se il 20° secolo ci ha insegnato qualcosa è che realtà di questo tipo possono anche restare in piedi per decenni. Ma nel caso della Libia, e in un mondo multipolare, sembra difficile aspettarsi una situazione simile.
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