
La Corte penale internazionale (Cpi) ha chiesto al Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite di adoperarsi affinché la Libia - quale che ne sia oggi il legale rappresentante - consegni ai giudici dell'Aia Seif El Islam, figlio prediletto del colonnello Gheddafi, per fargli rispondere dell'accusa di crimini contro l'umanità. La giustizia libica, secondo la Cpi, non è in grado di garantire un processo equo a Seif El Islam, che in una prigione di Zenten (nell'Ovest del Paese), attende d'essere giudicato per le efferatezze di cui si è reso responsabile durante la guerra civile. La strada scelta dalla Cpi per mettere le mani su Seif è l'ennesimo capitolo di una telenovela giudiziaria che si trascina tra sussulti da anni e che vede quello che era il delfino designato del Colonnello giocare un ruolo che non è solo quello del detenuto. Seif el Islam, dalla prigione di Zenten, sarebbe in grado di relazionarsi con l'esterno molto di più di quanto viene concesso ad un normale recluso, tanto da indurre in alcuni la certezza che sia lui, da una cella, a guidare le mosse delle milizie armate che ancora si sentono legate al regime gheddafiano. Eppure Seif, in più d'una circostanza, ha chiesto d'essere consegnato alla Cpi, nella certezza che, se i giudici chiamati a pronunziarsi sulle sua gesta resteranno quelli di Zenten, lui corre il fondato rischio di chiudere la sua vita appeso ad una corda come un criminale comune, nella certezza che gli sarebbe negato anche l'"onore" della fucilazione, non riconoscendogli il rango di militare, pure da lui reclamato.
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