
Papa Benedetto XVI ha commesso un errore revocando la scomunica dei quattro vescovi Lefebvriani, ha affermato l'abate di Einsiedeln (SZ), Martin Werlen, in un'intervista pubblicata oggi nella "SonntagsZeitung". Il prelato spera adesso che la Chiesa cattolica tragga lezioni da questa vicenda. La scomunica è un provvedimento "terapeutico": sottolinea un errore e deve portare ad un cambiamento di rotta, spiega l'abate nell'intervista, dove si chiede se ciò sia stato il caso. Ciò non riguarda solo Richard Williamson, che in un'intervista ad una televisione svedese ha negato l'esistenza delle camere a gas naziste, ma anche gli altri tre vescovi integralisti ordinati nel 1988 da monsignor Lefebvre, ha rilevato l'abate Werlen. Chi revoca una scomunica deve conoscer molto bene le persone interessate, ha affermato il religioso ritendo che in questo caso non sia così. Che il Papa non abbia ammesso l'errore è, secondo l'abate, anche una "questione generazionale". Per una persona giovane è forse più facile riconoscere di aver sbagliato, ha affermato aggiungendo che non è una vergogna commettere errori e anche al Pontefice bisogna accordare il diritto di compierne. La reazione dell'abate di Einsiedeln si aggiunge a quella del vescovo di basilea Kurt Koch che venerdì ha pubblicato una lettera aperta sul tema. Ci si può chiedere se Roma non sia andata troppo incontro alla Fraternità San Pio X mettendo così la Chiesa in una situazione difficie, scrive il responsabile della diocesi di Basilea nella sua missiva di sette pagine, precisando tuttavia di esprimersi a titolo personale. "Il prezzo da pagare per l'unità non è troppo alto?", prosegue monsignor Koch, aggiungendo di capire tutti coloro che lo pensano. Il vescovo conservatore di Coira Vitus Huonder si mostra invece più riservato. In un'intervista accordata al "SonntagsBlick", ritiene che l'errore non stia nella decisione stessa, ma piuttosto nella sua comunicazione. ATS
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