
Le università rischiano di diventare focolai di diffusione del coronavirus, sullo sfondo della nuova impennata post estiva di casi registrata in diversi Paesi. A denunciarlo, nel Regno Unito, dove molti atenei hanno ripreso corsi e lezioni in aula a settembre, è un sindacato di categoria, sulla base di quanto accaduto alla University of Liverpool, dove in poche settimane si sono registrati 87 casi di test positivi fra studenti, professori e personale non docente.
Le nuove restrizioni annunciate ieri dal premier Boris Johnson non rimettono in discussione la riapertura di scuole e istituzioni accademiche del Paese. Ma il sindacato Ucu (University and College Union) non è d’accordo e invoca, sulla base di quanto denunciato a Liverpool, il ritorno generalizzato alle lezioni e agli esami online.
Jo Grady, segretario generale dell’Ucu nel Paese, ha criticato Johnson per voler tenere le università aperte a dispetto dei rischi. Mentre sindacalisti locali come John Moores o Martyn Moss hanno preso di mira il rettorato di Liverpool, evocando lo spettro di un focolaio destinato ad alimentare l’infezione in città.
I vertici dell’ateneo hanno tuttavia assicurato che le cautele necessarie sono state adottate e che non si registrano per ora casi gravi; mentre la professoressa Louise Kenny, vicepreside della facoltà di Scienze, ha parlato di una situazione nel campus non diversa dal resto della città e ha difeso l’importanza “essenziale”, per quanto possibile, della didattica “faccia a faccia”.
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