
La tensione tra Stati Uniti e Iran torna a salire e si concentra su uno dei punti più delicati del traffico globale, lo stretto di Hormuz. Il comando militare iraniano ha infatti annunciato di aver nuovamente chiuso, dopo poco più di una notte, lo stretto a causa del blocco navale statunitense imposto ai porti iraniani. Fonti della sicurezza marittima hanno dichiarato che almeno due navi mercantili sono state colpite da colpi d'arma da fuoco mentre tentavano di attraversare. Questo è avvenuto mentre diverse navi avevano iniziato a transitare attraverso la rotta marittima, in quello che sembrava un «primo grande movimento» di navi dall’ inizio della guerra. Cosa implica questa nuova chiusura? Lo abbiamo chiesto all’esperto di Geopolitica Enrico Verga.
Un'importante chiave di trattativa
«L'Iran ovviamente sta utilizzando Hormuz come una chiave di trattativa molto importante. Questo è sicuramente un aspetto che dobbiamo tenere presente», esordisce Verga. «Il grave rischio che si va a palesare è che le continue chiusure dello stretto generino uno stress sull'intera catena di approvvigionamento».
Il nodo dei costi
C'è poi il problema del danneggiamento di importanti impianti. «Gli impianti di diversi produttori di alluminio, elio ed urea sono stati danneggiati a vari livelli», osserva Verga. «La loro ricostruzione in questi giorni ovviamente è impedita dalle tensioni in atto. Ad ogni modo, un ritorno alla piena funzionalità richiederà mesi, se non anni, in alcuni casi. È chiaro che l'intera catena di approvvigionamento potrà trovare altre vie di transito, l'area di Hormuz e, più in generale, del Medio Oriente non è l'unica dove queste materie vengono prodotte. Però avremo uno stress iniziale sul nuovo approvvigionamento e un aumento dei costi, perché America, Europa e Asia ovviamente sfrutteranno la loro nuova posizione dominante. Costi che, sul lungo periodo, si scaricheranno in un modo o in un altro sul consumatore finale», conclude Verga.

