
Una settimana probabilmente cruciale per la corsa alla presidenza dei democratici, che dopo la rinuncia di Joe Biden hanno trovato la scintilla in Kamala Harris e il suo candidato vice Tim Walz. In questi giorni (la convention è iniziata lunedì ed è terminata ieri) sul palco dell’arena che solitamente ospita le partite dei Bulls si sono presentate diverse figure di spicco della politica a stelle e strisce, tra cui gli Obama - che hanno infiammato il pubblico e dato il loro pieno sostegno a Kamala Harris - i Clinton e tanti altri. Joe Biden, applaudito e ringraziato per il lavoro svolto durante il suo mandato – anche da chi non lo voleva più in corsa -, ha passato il testimone alla sua attuale vicepresidente, che ha ora ufficialmente accettato di correre per la presidenza degli Stati Uniti a novembre. “Non torneremo indietro”, ha precisato ai presenti durante l’ultimo atto della convention e nel discorso più importante della sua carriera. “Questa non è solo l'elezione più importante della nostra vita, ma di una generazione”. Si attendono le contromosse dei Repubblicani, passati un po’ in sordina recentemente: la vetrina giusta può essere il 10 settembre, quando l’ex presidente Trump sfiderà Harris nell’attesissimo duello televisivo. E questa volta sono attese vere bordate da entrambi i candidati. Ospite a Ticinonews nell’edizione di ieri c’è stato Ferruccio De Bortoli, editorialista del Corriere della Sera e del Ticino, con il quale abbiamo approfondito il tema attraverso una serie di domande puntuali.
L’attuale entusiasmo per la nomina di Kamala Harris saprà
trasformarsi in voti concreti oppure l'influenza di Trump nella società
americana è ancora così forte?
“La società americana è divisa, ovvero che una parte non
legittima l'altra. E questa è la novità di questi ultimi anni, nonché un
segnale di malattia della democrazia rappresentativa americana. Poi però ci
sono state due convention particolari, che hanno bilanciato un forte entusiasmo,
così come una partecipazione molto forte e durante le quali sono state sollevate
molte questioni. È ovvio che è una America divisa in due, però il dato di fondo
– che traspare soprattutto dalla convention democratica – è il ritorno di una
certa passione politica. Quindi questo porterà probabilmente a un maggiore
coinvolgimento, e non soltanto in quei sette Stati in bilico, cioè quelli decisivi.
Conterà infatti anche l'ultimo voto, non dimentichiamoci che Al Gore perse in
Florida per soli 500 voti o poco più. Quindi sarà una cosa porta a porta e forse,
sperando che ci sia un confronto, anche più civile. Cosa a cui non si è
assistita negli ultimi tempi, e quindi si spera che tutto questo porti anche a
un rilancio di passione politica nelle democrazie rappresentative, non solo
negli Stati Uniti”.
Questione degli indecisi: un 15 % circa dell'elettorato sembrerebbe
orientarsi – stando al Times – verso Kamala Harris, che tra l’altro riesce ad
attrarre i giovani, persone non bianche e donne. Gruppi, questi, forse meno
decisi rispetto a Joe Biden.
“Questi sono gruppi che sono stati decisivi per l'elezione
di Biden quattro anni fa. Oggi, c’è però in gioco un aspetto critico: la
questione tra Israele e Gaza, ma anche tutte le manifestazioni pro Palestina
che ci sono state anche durante alla convention di Chicago. A giocare un ruolo
decisivo nell’orientare i consensi dele minoranze etniche sarà dunque il come
verrà risolta la questione all’interno dell’Amministrazione, con la speranza di
arrivare ad un cessate il fuoco. Ed è decisivo per tutti, non solo per le
persone arabe, comunque decisive nel voto”.
Questo forte sostegno rispetto a Harris non era così
scontato fino a qualche mese fa. Quando Biden era indeciso se fare un passo
indietro o meno, molti analisti dicevano di fare attenzione in quanto Harris potrebbe essere più debole di
Biden. Ma ora sembra tutta un'altra candidata, cosa è successo?
“Era una candidata perdente, anche alle primarie del partito
democratico. Tra l'altro venne scelta tra quelle più sconfitte. Poi si è
occupata, con scarsissimi risultati, del tema più importante e decisivo della campagna
elettorale americana, che è quello sull'immigrazione. Ma non possiamo dire che
abbia ottenuto dei grandi risultati. Poi, improvvisamente, anche coloro che erano
contrari a questa candidatura si sono invece convinti che Kamala forse era la carta
da giocare in quel momento. Delle svolte improvvise succedono anche nella
politica d’altronde. Tuttavia, adesso secondo me c'è un po' di eccesso di
entusiasmo sulle possibilità che Harris possa vincere. Vedremo quale sarà la
risposta di Trump, che sembra essere improvvisamente invecchiato ulteriormente.
Infatti, era molto più attivo nel prendere in giro ‘sleepy Joe’, come chiamava
lui Biden. Ma adesso con Harris – che è procuratrice – sembra avere qualche problema
in più, magari si sente sotto interrogatorio durante il dibattito”.
Tra i due, nei rapporti con l'Europa e anche con la
Svizzera, chi sarebbe meglio? Sappiamo che le idee in materia in particolare di
sicurezza e di politiche economiche divergono molto.
“Quello che colpisce nelle convention dei due partiti è che
la politica estera conta davvero molto poco. C'è anche una tendenza
isolazionista che non è solo quella repubblicana, ma anche quella democratica. L'Europa
non esiste per Trump, esiste in termini formali per Biden e vedremo quali
saranno le idee della Harris. Però credo che l'Europa si debba svegliare,
qualunque sia il risultato, perché a un certo momento dovrà pensare alla
propria sicurezza e dovrà forse cambiare il rapporto storico con l'alleato americano”.
Che campagna attenderci per i prossimi mesi, dato che
prima o poi ci si dovrebbe attendere anche una risposta di Trump, anche se –
come detto – sembra un po' inibito da questa nuova candidata. Il 10 settembre è
infatti atteso il faccia a faccia. Cosa attendersi dal suo punto di vista?
“Sarà sicuramente una sfida all'ultimo voto, fatta anche di
sorprese e di accuse. Speriamo che non si ecceda, perché abbiamo sempre
guardato alla politica americana anche ammirando un certo fair play, che per
altro negli ultimi tempi è venuto meno. Addirittura, questo rivaluta alcuni aspetti
peculiari della politica italiana o francese. C'è un senso di comunità molto
forte che è emerso dalla convention democratica, cioè l'idea che ci sia un'America
forte, che sta insieme e che gioca il proprio ruolo e che forse trova anche al
di là degli insulti - che probabilmente si scambieranno i due candidati - una
idea di nazione diversa e più forte. Forse possiamo pensare che ci possano
essere più punti in comune che magari noi in questo momento non riusciamo a
vedere. Anche perché questo spirito nazionale l'abbiamo visto, in particolare
alla convention democratica: l'America pensa soprattutto a se stessa. Siamo noi
europei che spesso trasferiamo sulla scena politica americana i nostri schemi e
ci facciamo tutta una serie di illusioni. L’America viene per prima”.
Fino ad ora i colpi di scena non sono mancati, come l’attentato
a Trump. Questo sembra però un episodio molto lontano, perché pare sia stato
offuscato da tutto quello che è successo in casa democratica.
“Sì, la candidatura di Harris e il ritiro di Biden hanno
depotenziato, dal punto di vista mediatico, l'attentato a Trump che lo ha subìto
e scampato per un pelo. Questa è anche una lezione che ci insegna come i fatti
nella politica contemporanea appassiscano velocemente. Come se non esistesse
più il passato, e tutto venisse schiacciato in un passato remoto”.

