
In questa prima giornata di votazioni poco più di un elettore italiano su 10 è andato alle urne per dire la sua sul referendum elettorale. Il che significa che i dati sull'affluenza al momento non fanno ben sperare: alle 12 solo il 4% era andato a votare, mentre alle 19 la percentuale superava di qualche decimale l'11%. E così è molto probabile, come ipotizza il presidente della regione Lombardia Roberto Formigoni, che raggiungere il quorum entro domani alle 15 si riveli un'impresa disperata. Se il trend dell'affluenza si conferma questo, assicura il ministro della Difesa Ignazio La Russa, è "quasi certo che non si arriverà neanche al 30%", mentre il quorum necessario per rendere valido il risultato referendario dovrebbe superare il 50%. La verità, si osserva anche nella maggioranza, è che ormai il referendum è un istituto "morto, inflazionato". La gente non ha più alcuno stimolo a parteciparvi. Questo si dice ogni volta, commenta La Russa, "ma il dato sul quale dovremmo tutti riflettere è che la normativa sul referendum andrebbe ritoccata". E il ministro del Pdl avanza una proposta: aumentare il numero delle firme per proporlo, ma ridurre il quorum a non oltre il 35%. In questo modo sarebbe più facile, sottolinea La Russa, riuscire a far funzionare ancora questo istituto che comunque in Italia è stato lo strumento di battaglie importanti come il divorzio e l'aborto. "E' un peccato davvero", osserva il sindaco di Roma Gianni Alemanno, che l'affluenza alle urne sia così bassa, anche perché lui stesso, ricorda, fu tra i promotori della consultazione contro la legge elettorale nota come "porcellum" proprio per il fatto che i suoi meccanismi non consentirebbero di rispettare in pieno la volontà popolare, a cominciare dall'impossibilità di poter esprimere le preferenze. Oltre al problema della scarsa affluenza, per il presidente del Comitato promotore del referendum Giovanni Guzzetta, c'é anche un'altra difficoltà: quella delle "intimidazioni del ministro dell'Interno Roberto Maroni" che avrebbero avuto effetto sui presidenti di seggio. In molti casi, anche a Milano, denuncia Guzzetta, le schede non sarebbero state date spontaneamente agli elettori, ma solo dietro "pressante richiesta". E si sarebbe detto ad una donna che se non votava per i ballottaggi non avrebbe potuto esprimersi neanche per il referendum. Guzzetta, replica il senatore della Lega Alberto Filippi, "farnetica". Il "flop" della consultazione, aggiunge, "non dipende certo dalle cosiddette 'intimidazioni' di Maroni, ma dall'intelligenza dei cittadini che non vogliono una dittatura parlamentare in stile peronista". Molti esponenti delle istituzioni e del mondo politico hanno comunque votato. Oltre al capo dello Stato Giorgio Napolitano e al presidente del Consiglio Silvio Berlusconi hanno ritirato, tra gli altri, le schede per rispondere ai tre quesiti referendari anche Massimo D'Alema e i sindaci Alemanno e Letizia Moratti. ATS
© Ticinonews.ch - Riproduzione riservata

