
Israele è stato tra i primi paesi al mondo a lanciare una campagna di vaccinazione su vasta scala, grazie anche a una negoziazione diretta con le case produttrici, in particolare Pfizer che ha visto nello Stato ebraico un soggetto ideale per valutare l’efficacia del suo preparato. E i risultati sembrano dargli ragione: oltre metà della popolazione ha ormai ricevuto le due dosi di vaccino e sul web si moltiplicano le scene di una movida senza mascherine a cui non eravamo ormai più abituati. Una ripartenza cui possono partecipare però solo i vaccinati: tutti gli altri sono al momento escusi e devono anzi svolgere test regolari per potersi recare sul posto di lavoro. Teleticino ha intervistato Mara Vigevani dell’Università ebraica di Gerusalemme per sapere tutti i dettagli sulla situazione e su come si è sviluppata questa strategia.
Il coronavirus quindi non fa più paura in Israele?
“Il coronavirus fa ancora paura e ci sono ancora tracce. Non possiamo dire di avere finito, soprattutto perché è un problema mondiale. Certo il fatto che più di metà della popolazione è ormai vaccinata con i due vaccini, per cui dopo un lungo lockdown molto severo con scuole chiuse e in cui non potevamo allontanarci a più di mille metri da casa, nelle ultime due settimane hanno riaperto, siamo tutti fuori casa e tutti felici di poter finalmente girare nelle strada. Bar e caffé sono aperti così come le scuole, seppur in modo ibrido, e i numeri dimostrano l’efficacia del preparato: abbiamo circa 1’000 nuovi contagiati al giorno che sono soprattutto ragazzi ancora non vaccinati. Anche i numeri negli ospedali sono diminuiti con circa 500 persone ricoverate in ospedale, in maggioranza persone non vaccinate. I numeri dicono che i vaccini funzionano, la paura è che quando riaprirà l’aeroporto nelle prossime settimane potranno arrivare nuove varianti di questo virus per le quali il vaccino non sarà efficace. Ma questo ancora nessuno lo sa”.
Come ha fatto Israele ad avere tutte queste dosi di vaccino? Ha avuto accordi privilegiati con i fornitori?
“Sì, Israele ha fatto un contratto con Pfizer, che ha deciso di prendere il paese come paese modello tenendo conto che è piccolo, che la popolazione storicamente accetta i vaccini e che il sistema sanitario è molto capillare. Sicuramente anche per insistenza del primo ministro Netanyahu siamo riusciti ad avere un gran numero di vaccini e siamo riusciti a vaccinare velocemente la popolazione, che si è letteralmente ‘tuffata’ in questi centri di vaccinazione”.
Nei bar e ristoranti però si può andare solo se si è vaccinati: è un po’ un paese a doppia velocità? Chi non è vaccinato sta a casa?
“Sì, in tutti i luoghi pubblici si può entrare solo con l’applicazione ‘semaforo’ dove se si ha il verde si è vaccinati e si può entrare. Metà della popolazione è vaccinata ma teniamo conto che tra i non vaccinati ci sono tutti gli under-16, che non possono ancora essere vaccinati anche se a maggio-giugno è possibile arrivi l’ok dell’Fda per vaccinare i ragazzi. Per chi ha più di 16 anni e non ha voluto vaccinarsi si, non può entrare in molti posti, dai ristoranti alle palestre. Per quanto riguarda i posti di lavoro ci sono molti impieghi che richiedono test negativi non meno di 48 prima dell’ingresso, quindi sì dovranno continuare a svolgere test ogni uno-due giorni per continuare a lavorare”.
Tra pochi giorni si voterà in Israele, con probabilmente molta gente che si muoverà per andare ai seggi. Come si è potuto organizzare un evento così importante?
“Possono votare tutti e sono stati aggiunti dei seggi per diminuire il numero di persone per seggio. In questo momento le scuole, dove si trovano i seggi, hanno cominciato le vacanze per la pasqua ebraica e questo aiuta perché saranno vuote. Ci saranno inoltre dei seggi speciali per tutti coloro che sono positivi o in isolamento, perché l’isolamento continua per tutti quelli che hanno avuto contatti con persone positive e non sono vaccinate. In questi seggi speciali se non sbaglio si potrà votare senza neanche scendere dalla macchina”.
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