
"Le scuole sono chiuse, i bambini sono a casa. Gli unici negozi aperti sono i supermercati perché le persone devono mangiare. Inoltre si è creata una catena umanitaria per inviare alimenti sia ai soldati che si trovano al fronte, sia alle persone rifugiate nei Kibbutz al sud del Paese. Ricordiamo che chi è sopravvissuto all'attacco di sabato non ha più una casa in cui stare e viene ospitato da parenti, conoscenti, o in queste comunità". È questa la quotidianità che si vive in Israele e Palestina, a raccontarlo a Ticinonews è stata Fiammetta Martegani, corrispondente da Tel Aviv per "Avvenire".
"Il paese è più diviso che mai"
L'opinione pubblica, continua Martegani, "è unita al 100% sulla lotta al terrorismo, ragione per cui si registra un 130% di adesione dei riservisti all'esercito. Parliamo di padri di famiglia che vanno al fronte per difendere i propri figli. Dal punto di vista politico il Paese, che si era spaccato già nove mesi fa con l'arrivo del Governo Netanyahu, ora è più diviso che mai. La colpa dell'attacco di sabato è attribuibile ai piani alti e alla totale negligenza da parte dell'intelligence nel non aver previsto l'aggressione. L'assenza di governance non ha protetto il Paese come avrebbe dovuto e le persone si sentono abbandonate. Finita questa guerra, ce ne sarà una interna", conclude la giornalista.

