

Il ministro degli Esteri israeliano Gideon Sa'ar e l'ambasciatore degli Stati Uniti in Israele Mike Huckabee hanno firmato oggi un accordo che assegna il terreno destinato alla costruzione della sede permanente dell'Ambasciata degli Stati Uniti a Gerusalemme. Lo rende noto un comunicato del ministero.
«Oggi segniamo un'altra tappa nell'alleanza indissolubile tra Israele e gli Stati Uniti. La storica decisione del presidente Trump di trasferire l'Ambasciata degli Stati Uniti a Gerusalemme è stato un atto di giustizia storica», ha dichiarato Sa'ar.
L'ambasciatore degli Stati Uniti in Israele Mike Huckabee, dal canto suo, ha affermato: «La decisione degli Stati Uniti di riconoscere Gerusalemme come capitale di Israele e di trasferirvi l'Ambasciata si fonda sull'applicazione della legislazione americana e sul riconoscimento del profondo legame storico del popolo ebraico con la sua capitale eterna, un legame che risale a migliaia di anni fa».
«È particolarmente significativo che questo traguardo venga raggiunto alla vigilia del 250esimo anniversario degli Stati Uniti. I valori giudeo-cristiani che hanno ispirato i Padri fondatori dell'America affondano le loro radici a Gerusalemme e in tutta la Terra d'Israele», ha aggiunto Huckabee.
La televisione di Stato iraniana ha interrotto bruscamente ieri un'intervista preregistrata con Mohammad Bagher Ghalibaf, l'influente presidente del Parlamento e capo negoziatore del Paese nei colloqui con gli Stati Uniti, suscitando critiche da parte del suo team.
«Questa discussione è stata presentata all'Organizzazione di Radiodiffusione della Repubblica Islamica dell'Iran (Irib) più di due ore prima dell'orario di trasmissione previsto; ma sfortunatamente, la trasmissione è stata interrotta a metà», si legge in una dichiarazione del centro media del Parlamento di oggi.
Poiché l'intervista era preregistrata, «il minimo che ci si potesse aspettare dai funzionari dell'Irib era che si coordinassero con il centro media del Parlamento se avessero deciso di non trasmettere parte della discussione, contravvenendo alle procedure», aggiunge la dichiarazione. La televisione di Stato ha affermato che l'intervista era stata divisa in due parti, la seconda delle quali sarebbe stata trasmessa stasera.
Il centro stampa del Parlamento ha chiarito che la parte non pubblicata dell'accordo riguardava questioni chiave del memorandum d'intesa firmato il 17 giugno tra Teheran e Washington, ovvero le ispezioni da parte dell'Agenzia Internazionale per l'Energia Atomica (Aiea), lo scongelamento dei beni iraniani e la prevista linea di credito di 300 miliardi di dollari per la ricostruzione dell'Iran.
Molti sostenitori di una linea dura nei confronti degli Stati Uniti, tra cui membri conservatori del Parlamento e personalità dei media, hanno criticato l'accordo nelle ultime settimane, che mira a porre fine al conflitto nella regione. Il mese scorso, un presentatore della televisione di Stato ha chiesto la chiusura dell'aeroporto di Teheran per impedire alla squadra negoziale iraniana di recarsi in Svizzera per incontrare la delegazione americana. Alcuni ritengono che, dopo aver firmato l'accordo, mediato da Pakistan e Qatar, l'Iran abbia riaperto prematuramente lo Stretto di Hormuz, una via navigabile strategica per il commercio globale di idrocarburi, senza ricavarne alcun beneficio tangibile.
Donald Trump non esclude un ritorno alle ostilità con l'Iran, ma per il momento sceglie la strada del negoziato. Secondo quanto riportato dal Wall Street Journal, il presidente americano avrebbe discusso nei giorni scorsi con il segretario alla Difesa Pete Hegseth e con il capo degli Stati maggiori riuniti, il generale Dan Caine, l'ipotesi di nuovi attacchi su larga scala contro Teheran, decidendo tuttavia di proseguire con la via diplomatica.
Trump avrebbe inoltre rassicurato i suoi collaboratori sul fatto che un eventuale slittamento oltre il 18 agosto, data indicata come termine per raggiungere un accordo sul nucleare, non rappresenterebbe un problema, lasciando così più tempo ai negoziati per produrre risultati concreti.
Nel corso delle discussioni sarebbe stata valutata anche la possibilità di interrompere il dialogo e riprendere un'offensiva militare più ampia, descritta da alcuni funzionari come il tentativo di «completare l'opera». Il presidente, però, ritiene che una nuova escalation possa compromettere definitivamente gli sforzi diplomatici e ridurre le possibilità di ottenere lo smantellamento del programma nucleare iraniano.
Per ora, la strategia della Casa Bianca resta quella di mantenere la pressione attraverso eventuali interventi mirati e circoscritti in caso di violazioni degli accordi esistenti, evitando un conflitto aperto. I frequenti briefing del Pentagono sulle opzioni militari disponibili confermano tuttavia che Washington continua a tenere sul tavolo anche scenari più duri.
Nel frattempo, il vicepresidente americano JD Vance si è detto convinto che gli Stati Uniti si trovino in una posizione di forza indipendentemente dall'esito delle trattative. «Vogliamo che il negoziato abbia successo, ma anche in caso contrario l'obiettivo principale è già stato raggiunto: impedire all'Iran di dotarsi di un'arma nucleare», ha dichiarato a Fox News.
Secondo Vance, un accordo rappresenterebbe la trasformazione definitiva dell'Iran in un Paese reintegrato nell'economia globale e lontano dal sostegno a terrorismo e instabilità regionale. In caso di fallimento dei colloqui, invece, Washington ritiene che il programma nucleare iraniano e le sue capacità militari convenzionali resterebbero comunque fortemente compromessi, mantenendo gli Stati Uniti in una posizione di netta superiorità.

