

Quasi 50'000 donne e ragazze sono state uccise o gravemente ferite a Gaza in tre anni di guerra. È la stima di Un Women, l'agenzia Onu sull'uguaglianza di genere, secondo cui una donna o ragazza su 21 a Gaza ha perso la vita o vive con disabilità permanenti, a causa di attacchi aerei e operazioni militari terrestri israeliane.
Sebbene la maggior parte delle vittime sia stata registrata durante i primi due anni di guerra, le donne e le ragazze continuano a essere prese di mira, nonostante l'entrata in vigore dell'accordo di cessate il fuoco nell'ottobre 2025.
Nell'ultimo anno, 277 donne e ragazze figurano tra le persone uccise a Gaza. Inoltre, dall'ottobre 2023, le Forze di Difesa Israeliane hanno emesso oltre 150 ordini di evacuazione e spostamento in tutta la Striscia di Gaza, costringendo quasi un milione di donne e ragazze ad abbandonare le proprie case: praticamente la totalità della popolazione femminile di Gaza.
Un Women sottolinea come oggi la maggior parte delle donne e delle ragazze a Gaza vive in tende o tra le macerie, senza alcuna privacy. In condizioni incompatibili con la sopravvivenza e la dignità, esse si prendono cura di bambini, malati, feriti e anziani, occupandosi di cucinare e pulire pur essendo prive dei mezzi essenziali. La situazione sanitaria è tale che le donne sono costrette a partorire in condizioni insicure e prive di requisiti igienici. Parallelamente, nei primi sei mesi del 2026 il numero di aborti spontanei ha raggiunto quasi quota 4000, triplicando il dato registrato negli ultimi sei mesi del 2025.
L'agenzia stima inoltre che quasi una famiglia su quattro a Gaza, circa 86'290 nuclei familiari, sia attualmente guidata da una donna, a fronte di un rapporto di una su nove registrato prima dell'ottobre 2023. Un'indagine, realizzata da Un Women tra le organizzazioni femminili che operano in prima linea nella risposta all'emergenza a Gaza e nella Cisgiordania occupata, ha evidenziato un incremento della violenza di genere, della povertà e dei disagi legati alla salute mentale e un aumento dei matrimoni precoci. Un Women chiede che donne e le ragazze vengano dunque poste al centro degli sforzi di risposta e di ripresa.
Il 53% dei palestinesi si oppone al rinvio delle elezioni legislative annunciato dal presidente Abu Mazen nei giorni scorsi, una tornata prevista per il 28 novembre e rimandata all'11 settembre 2027: lo afferma il sondaggio periodico del Palestinian Center for Policy and Survey Research di Ramallah.
Il rilevamento - condotto sia in Cisgiordania che a Gaza - rivela anche un calo del sostegno sia a Fatah che a Hamas, con il primo che raccoglie il 22% dei consensi, e il secondo il 19%, con un 33% degli intervistati che afferma di non sostenere nessuna delle fazioni.
Secondo il Centro diretto dal sondaggista palestinese Khalil Shikaki, il calo del consenso per Hamas è costante nell'ultimo anno, dal 35% rilevato allora al 19% di oggi. Aumenta invece il sostegno per nuove liste, tra cui quella guidata dall'uomo di affari Bashar al-Masri, che ottiene un consenso del 22%, lo stesso sostegno rilevato per il partito sostenuto da Marwan Barghouti. Una nuova lista del rivale di Abu Mazen Mohammad Dahlan, che vede la fusione con elementi identificati con Hamas e la Jihad Islamica, si attesta al 20%.
Inoltre, il sondaggio rivela che il 74% degli intervistati si oppone al disarmo di Hamas prima del completo ritiro israeliano dalla Striscia di Gaza. Il 42% indica i negoziati diplomatici come via più efficace verso la creazione di uno Stato palestinese, contro il 33% che sostiene invece la lotta armata, un aumento di 6 punti percentuali rispetto ad agosto. Il 53% sostiene una soluzione a due stati sulla base dei confini del 1967.
Le Forze di difesa israeliane (Idf) riferiscono che l'unità del genio militare ha completato la distruzione di un tunnel sotterraneo lungo circa un chilometro e mezzo che attraversava la Linea Gialla nel sud della Striscia di Gaza.
Israele ha inasprito le condizioni d'ingresso per gli equipaggi delle compagnie aeree straniere. La misura, secondo quanto riportato da diversi media, riguarda anche dipendenti di Swiss, che a seconda della loro cittadinanza, non possono più volare a Tel Aviv nemmeno se in possesso anche di un passaporto svizzero. All'origine della decisione vi è il tentato dirottamento sventato sul volo Flydubai.
La compagnia di bandiera ha confermato stamattina, su richiesta di Keystone-ATS, notizie precedentemente pubblicate dai portali online di 20 Minuten e di Aerotelegraph. Le autorità israeliane hanno comunicato a Swiss che i membri degli equipaggi con determinate cittadinanze non possono più essere impiegati sui voli verso Israele, ha dichiarato la portavoce Silvia Exer-Kuhn.
La direttiva si applica indistintamente a piloti e personale di cabina della compagnia. Anche altre compagnie aeree internazionali si trovano costrette ad adeguare la pianificazione degli equipaggi. La nuova normativa riguarda cittadini di 29 Paesi. Chi, oltre al passaporto svizzero, possiede la cittadinanza di uno di questi Stati non può quindi essere impiegato su un volo per Tel Aviv.
Swiss non ha fornito indicazioni precise sul numero di dipendenti interessati né sulle rispettive nazionalità. Ha tuttavia precisato che si tratta di una «percentuale molto ridotta» del personale della flotta.
Swiss è a conoscenza in linea di principio delle nazionalità dei propri dipendenti e ha informato tempestivamente tutti gli equipaggi delle nuove disposizioni. La misura riguarda solo una piccola parte degli oltre 1'400 piloti e dei più di 4'700 membri del personale di cabina della compagnia di bandiera. I dipendenti interessati saranno impiegati sulle altre rotte della rete Swiss, senza provocare carenze di personale, ha precisato la compagnia, che attualmente opera due collegamenti giornalieri con Tel Aviv.
Interpellata da Keystone-ATS, l'ambasciata israeliana a Berna ha rifiutato di commentare le «misure e i protocolli di sicurezza».
All'origine delle nuove disposizioni israeliane vi è il grave episodio avvenuto a fine settembre su un volo di Flydubai, dove il copilota originario dell'Oman avrebbe aggredito il comandante e tentato di far precipitare l'aereo sull'aeroporto di Tel Aviv. In base alle disposizioni israeliane, non avrebbe dovuto essere assegnato al volo a causa della sua cittadinanza.
Una persona è stata uccisa e diverse altre ferite oggi in un attacco delle Forze di difesa israeliane (Idf) con un drone a nord-ovest di Gaza City. Lo riferisce l'agenzia di stampa palestinese Wafa.
Israele si rifiuta di autorizzare la realizzazione di un importante progetto per un avamposto militare a Gaza del Board of Peace. Lo riporta in esclusiva il Guardian, spiegando che all'inizio di agosto, il Board of Peace ha assegnato il suo primo contratto di costruzione per Gaza: la Arkel International, azienda con sede in Louisiana, avrebbe dovuto realizzare un avamposto militare per 150 soldati internazionali, destinato a fungere da avanguardia per una forza di stabilizzazione internazionale.
Due mesi dopo, Israele non ha ancora dato il via libera all'esecuzione del contratto, secondo una fonte a diretta conoscenza della vicenda. Alle imprese appaltatrici e ai camion non viene consentito di entrare a Gaza per avviare i lavori. «Israele non apre il confine», ha riferito la fonte. Un portavoce del Board of Peace ha rifiutato di rilasciare dichiarazioni. Anche le Forze di Difesa Israeliane e il governo israeliano hanno declinato ogni commento.
L'avamposto temporaneo di supporto alla missione progettato da Arkel è essenziale: si tratta di una postazione fortificata di circa 100 metri per 100, situata in un'area che un tempo faceva parte del controverso e ormai dismesso progetto «Gaza Humanitarian Foundation» (Ghf), secondo quanto riferito al Guardian dalla fonte informata sui fatti. La base dovrebbe ospitare contingenti a rotazione di una forza ben armata composta da 150 soldati provenienti da un contingente più ampio, di 500 unità, già inviato dal Marocco e dal Kosovo.
Tuttavia, senza questo contratto non è possibile avviare il resto del programma del Board of Peace, ha affermato la fonte secondo la quale il rifiuto di Israele di consentire ad Arkel, l'appaltatore, di costruire la base, taglia di fatto le gambe al Board of Peace. «Senza una forza internazionale di stabilizzazione (Isf) non è possibile entrare. Non si può ricostruire», ha dichiarato. «Manca la sicurezza. Non arrivano le attrezzature edili. Non si può nemmeno iniziare a predisporre i servizi di base o le infrastrutture essenziali per la sopravvivenza, perché, senza l'ISF, l'accesso è precluso». Secondo quanto riferito, il Board of Peace ritiene che il governo israeliano consentirà il proseguimento del progetto dopo le elezioni in Israele, previste per il 27 ottobre.

