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Estero
Irlanda venerdì al voto per aborto libero, sì favorito
Redazione
8 anni fa

Un referendum per l'aborto libero, dopo quello che esattamente tre anni sancì il via libera ai matrimoni omosessuali. L'Irlanda, un tempo 'cattolicissima' secondo un'abusata etichetta identitaria divenuta ormai per molti versi luogo comune, s'appresta ad adeguarsi all'Europa secolarizzata anche in materia d'interruzione della gravidanza col voto di venerdì sull'abrogazione - sostenuta dal governo in carica a Dublino - dell'articolo 8 della Costituzione locale: quello che impone la tutela della vita fin dal concepimento. La partita, sondaggi alla mano, sembra chiusa. Anche se lo scarto fra due le trincee opposte pare essersi ridotto. L'ultima previsione demoscopica indica un vantaggio di 10 punti dei sì nei confronti dei 'no' - 44% contro 34% -, per quanto con una fetta d'indecisi potenzialmente ancora decisiva - il 22% - e una forbice meno ampia rispetto a poche settimana fa. Determinante per il risultato finale, stando ad alcuni analisti irlandesi, potrebbe del resto essere il voto di Dublino e delle donne dei centri urbani, in larga maggioranza a favore dell'abolizione dell'articolo 8: vale a dire del passaggio costituzionale che al momento vieta di fatto l'aborto nella cosiddetta 'isola verde', salvo circostanze eccezionali. Mentre nelle aree rurali, oltre che in una parte della fascia generazionale dell'elettorato più giovane, attorno ai 20 anni, si fa valere un consistente zoccolo duro antiabortista. Difficile in ogni modo immaginare un ribaltamento del pronostico. Tanto più considerando il precedente della consultazione del 22 maggio 2015 sulle nozze gay - tema assai diverso, ma con schieramenti in parte riproducibili - suggellato da un 62,1% di sì contro un 37,9% di no, con un'affluenza del 60% degli oltre 3,2 milioni irlandesi aventi diritto al voto. Ieri sera è andato intanto in scena con un sostanziale pareggio l'ultimo dibattito televisivo: fra Simon Harris (Fiana Gail), ministro della Sanità del governo liberale di Leo Varadkar (premier gay e d'origini paterne indiane) patrocinatore d'un progetto di legge già pronto per la liberalizzazione dell'interruzione della gravidanza, e il deputato conservatore Peadar Tóibín (Sinn Féin), esponente del movimento pro-life. Gli antiabortisti - protagonisti di una campagna battagliera nella quale non sono mancate polemiche sui timori di fakenews e presunte 'interferenze straniere', fino all'inedito blackout totale dei messaggi pubblicitari online deciso dagli stessi colossi del web e criticata dai difensori dell'articolo 8 - non si danno d'altro canto per vinti. Confidano negli incerti, malgrado la sponda non molto attiva e l'atteggiamento defilato di gran parte della stessa gerarchia ecclesiastica cattolica: minata nella sua storica influenza e autorità morale sia da quello che i tradizionalisti giudicano alla stregua di un certo imborghesimento, sia soprattutto dai contraccolpi dei non pochi scandali su temi come la pedofilia che l'hanno coinvolta. Mentre insistono nell'accusare il governo Varadkar di non voler solo depenalizzare l'aborto senza alcuna restrizione o necessità di spiegazione da parte della donna nelle prime 12 settimane di gestazione, ma in sostanza di mirare a una sorta di deregulation anche per le gravidanze avanzate. Con un testo a loro dire molto più permissivo di quello della stessa vicina Gran Bretagna: e che farebbe passare l'Irlanda direttamente da ultimo bastione dei "diritti del nascituro" a "porto franco" dell'aborto.

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