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Estero
Iraq-Siria: scambio di accuse e ritiro ambasciatori
Redazione
17 anni fa

Tra Iraq e Siria è crisi diplomatica. Dopo la carneficina della settimana scorsa a Baghdad, il governo iracheno alza la voce con Damasco: deve consegnare gli ex esponenti del partito Baath di Saddam Hussein rifugiatisi in Siria dopo la caduta del regime, nel 2003. Sono loro i responsabili, hanno avuto "un ruolo diretto". E per sottolineare la propria determinazione, Baghdad ha inoltre richiamato in patria il suo ambasciatore a Damasco, "per consultazioni sull'argomento". Nel giro di poche ore, la risposta siriana: "In seguito alla decisione del governo iracheno... la Siria ha deciso di fare altrettanto col proprio emissario a Baghdad", ha reso noto una fonte ufficiale. Mercoledì scorso, due camion-bomba a Baghdad hanno ucciso quasi cento persone e ne hanno ferite circa 600. Domenica, le autorità irachene hanno poi diffuso un video con la confessione del principale sospettato, un certo Wissam Ali Kadim Ibrahim: un mese fa, ha detto, "Sattam Farham mi ha chiamato dalla Siria chiedendomi di compiere un'operazione" terroristica, "per scuotere il governo" iracheno. Sattam Farham è un esponente di un'ala del partito Baath, fuorilegge e clandestino dal 2003, guidata dal governatore della provincia di Mossul ai tempi di Saddam, Mohammed Youni al Ahmad, di cui pure Baghdad ha oggi chiesto esplicitamente la consegna. Ma non solo. Baghdad vuole che Damasco consegni "tutte le persone ricercate dalla giustizia perché responsabili di assassinii e distruzione contro gli iracheni, e metta al bando le organizzazioni terroriste che hanno fatto della Siria la loro base per lanciare operazioni contro il popolo iracheno". Damasco però non ci sta. "Il governo siriano rifiuta con forza e respinge quanto affermato dal governo iracheno sulle circostanze delle sanguinose esplosioni a Baghdad", ha scritto l'agenzia Sana. E ancora: la Siria ha "già informato la controparte irachena della sua disponibilità ad incontrare una delegazione di Baghdad per conoscere quali sono le prove che l'Iraq ha sull'identità degli attentatori". Altrimenti, riterrà "che quanto è apparso sui mezzi di informazione iracheni sono prove artefatte con obiettivi politici interni". Dopo la caduta del regime di Saddam, le relazioni tra Damasco e Baghdad, interrotte sin dai primi anni '80, sono andate progressivamente migliorando. Anche se l'Iraq, e in particolare gli Usa, hanno ripetutamente accusato le autorità siriane di non fare abbastanza per contrastare l'afflusso di terroristi verso il territorio iracheno attraverso la frontiera comune. Appena la settimana scorsa, il premier iracheno Nuri al Maliki è stato in visita in Siria - dove vengono ospitati circa un milione di rifugiati iracheni - per discutere della sicurezza del confine, della spartizione delle risorse idriche, della possibile riapertura dell'oleodotto che collega i pozzi iracheni di Kirkuk con il terminale siriano sul Mediterraneo di Baniyas, e dell'ampliamento della cooperazione nell'ambito commercio. Ma al Maliki è anche sotto forti pressioni in patria perché garantisca un concreto miglioramento delle condizioni di sicurezza. Un argomento di cui ha fatto finora il suo cavallo di battaglia, e che lo sarà più che mai in vista delle cruciali elezioni legislative del prossime gennaio. ATS

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