
Un attentatore suicida si è oggi fatto saltare in aria in una base militare irachena: per ore, diverse fonti hanno fornito un bilancio di 16 morti e 50 feriti mentre in serata il ministero della difesa ha affermato che l'esplosione ha solo causato il ferimento di 38 soldati. Di certo, l'attentato alza però ulteriormente il livello d'allarme per una nuova ondata di violenza iniziata già nelle settimane scorse in gran parte del Paese, dopo mesi in cui il numero degli attentati era andato progressivamente calando. "Il bilancio finale ed ufficiale dell'attacco suicida di oggi ad Habbaniya è di 38 militari feriti. Undici di loro hanno già lasciato l'ospedale", ha detto il portavoce della difesa, il generale Mohammad al Askari. Secondo fonti della sicurezza, che parlavano di almeno 16 morti, il kamikaze è entrato nella mensa della base, all'ora di pranzo, e ha azionato la potente cintura esplosiva che indossava sotto la divisa militare. Al Askari ha invece detto che l'attacco è stato compiuto tra delle giovani reclute che si stavano addestrando su un terrapieno della base di Habbaniya. Habbaniya sorge tra le città di Ramadi e Falluja, nel cuore della provincia sunnita di al Anbar, una tempo una delle più violente di tutto il Paese, ma poi diventata una delle più stabili dopo che le tribù locali si sono coalizzate contro al Qaida e, finanziate e armate dalle forze Usa, hanno dato vita alle milizie dei cosiddetti Consigli per il risveglio, i Sahwa. All'inzio di aprile, i Sahwa, 92 mila unità ormai attivi in gran parte del Paese, sono passati sotto il controllo e la responsabilità del governo, a maggioranza sciita, e da allora sono sorte tensioni, un po' per diffidenza e un po' per i ritardi nel pagamento degli stipendi dovuti. Alcuni hanno messo queste tensioni in relazione alla nuova serie di attentati, che in pochi giorni hanno causato decine di morti. Solo ieri, a Kirkuk, nel Nord, un'autobomba esplosa al passaggio di un pullman della polizia ha causato dieci morti e 23 feriti, mentre il 6 aprile, come negli anni peggiori dopo la caduta del regime di Saddam Hussein nel 2003, un'ondata di attentati ha ripetutamente scosso Baghdad: sei autobomba sono esplose in cinque diverse zone della città causando la morte di almeno 32 persone e il ferimento di altre 140. Quattro giorni dopo, un attentatore suicida alla guida di un camion carico di esplosivo ha causato la morte di cinque soldati americani e due iracheni a Mossul, città del Nord, considerata ora come la città più pericolosa del Paese e come l'ultimo bastione di al Qaida in Iraq. Sempre a Mossul, il 9 febbraio un kamikaze aveva provocato la morte di quattro soldati americani. In quest'atmosfera, il comandante delle truppe Usa nel Nord Iraq, colonnello Gary Volesky, non ha escluso la presenza delle forze da combattimento a Mossul anche oltre la scadenza del 30 giugno prossimo, anche se solo su eventuale richiesta specifica da parte del governo iracheno. Un brutto segnale, considerato che l'accordo di sicurezza concluso alla fine del 2008 tra Washington e Baghdad prevede un ritiro delle truppe statunitensi dalle aree urbane entro il 30 giugno, prima di un ritiro definitivo dal Paese entro il 2011. ATS
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