
Il regime iraniano resta nella bufera anche se il presidente Mahmud Ahmadinejad ha respinto le dimissioni del ministro della cultura Mohammad Hossein Safar Harandi e ha così perso solo un pezzo del suo esecutivo (Ministri Informazione e Servizi segreti). Non dovrà quindi ricorrere a un voto di fiducia del Parlamento prima dell'insediamento previsto il 5 agosto: la Costituzione lo prevede solo se cambia più della metà dei ministri e finora, da quando nel 2005 si è insediato questo esecutivo, sono stati cambiati solo dieci dei suoi 21 membri. Ma con fragore oggi è di nuovo in primo piano la questione dei diritti umani: il leader dell'opposizione Mir Hossein Mussavi è tornato in campo con decisione, ha detto che il popolo iraniano non perdonerà i responsabili di uccisioni e arresti, ha ripetuto che giovedì si terrà una cerimonia in ricordo delle vittime della repressione. E ha fatto un appello alla trasparenza visto che non gli arresti compiuti durante le proteste di piazza sono noti alla magistratura. "Il cammino delle riforme andrà avanti - ha detto Mussavi in un comunicato pubblicato sul suo sito internet - Le autorità dovrebbero rispettare la costituzione e consentirci giovedì di riunirci per ricordare i nostri cari uccisi ... Uccisioni e arresti sono una catastrofe ...Giovedì non ci saranno discorsi, chi verrà ascolterà in silenzio i versetti del Corano". Sui blog iraniani intanto continuano a girare informazioni pesanti, che alimentano la preoccupazione anche se non possono essere confermate da fonti indipendenti. Oggi il blog Keeping the change denuncia che due studenti iraniani, un ragazzo e una ragazza, arrestati durante le proteste anti-regime sono morti in carcere per mancanza di cure tempestive dopo aver contratto la meningite. E il blog Revolutionary Road racconta, attraverso la testimonianza del padre, che lo studente universitario Amir Javadifar, 24 anni, è morto in carcere per le torture subite. Denunce e appelli hanno fatto decidere il portavoce della magistratura iraniana, l'ayatollah Mahmud Hashemi Shahrudi, a precisare che "solo" 300 manifestanti arrestati dopo il 12 giugno sono ancora in carcere. La Giustizia iraniana - ha assicurato - deciderà in settimana la sorte di questi 300 detenuti: chi non ha commesso crimini che giustifichino il carcere sarà rilasciato. Per affrontare in tempi così rapidi una tale mole di lavoro, Shahrudi ha istituito una commissione, da lui stesso presieduta, che "incontrerà tutti i prigionieri per stendere un rapporto sugli interrogatori e sul rispetto dei diritti dei cittadini". Un altro rapporto - ha assicurato - si occuperà invece delle condizioni di detenzione. La dichiarata disponibilità dell'ayatollah Shahrudi si scontra però anche oggi con l'ennesima denuncia di Human Rights Watch: le autorità iraniane - afferma la Ong - continuano ad arrestare e a minacciare eminenti avvocati per impedire loro di difendere attivisti progressisti detenuti dopo il 12 giugno. Della situazione in Iran ha parlato il ministro degli Esteri italiano Franco Frattini al termine del consiglio esteri dell'Unione Europea. Non ci sarà boicottaggio europeo della cerimonia di insediamento del presidente Ahmadinejad, ha detto Frattini, "perché noi vogliamo cambiare le politiche dell'Iran, non il regime ... Non è ancora deciso chi andrà ... perché non sappiamo ancora le regole del protocollo". ATS
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