
Prima sconfitta interna per Mahmoud Ahmadinejad, dopo la controversa rielezione a presidente dell'Iran lo scorso 12 giugno: si è dimesso il primo vicepresidente Esfandiar Rahim Mashaie, suo consuocero, inviso agli ultraconservatori per una disponibilità espressa in passato nei confronti di Israele. L'ultima pietra, quella decisiva, l'aveva scagliata ieri la Guida suprema, l'ayatollah Ali Khamenei, ordinando di "annullare" la nomina perché "contraria agli interessi del governo". Così oggi Mashaie si è fatto da parte. "Obbedendo agli ordini della Guida suprema - ha dichiarato secondo quanto riportato dall'agenzia Fars - non mi considero più primo vicepresidente. Ma servirò il nostro caro popolo come potrò". I conservatori si erano scagliati contro di lui ricordando una frase pronunciata nel 2008: l'Iran, aveva detto, è "amico del popolo americano e del popolo israeliano". Le dimissioni di Mashaie chiudono una settimana di contrasti dalla quale la posizione personale di Ahmadinejad esce indebolita, mentre viene ulteriormente sancito l'indiscutibile potere dell'ayatollah Khamenei. Tant'è che, neanche un'ora dopo l'ufficializzazione delle dimissioni, proprio la Guida suprema ha fatto un appello all'unità nel paese, invitando tutti a mettere da parte le divergenze e a lavorare insieme per far progredire il Paese. "Gli sviluppi di questi ultimi giorni non dovrebbero dare luogo a contrasti", ha detto Khamenei in un discorso trasmesso in tv. "Voi dovreste lavorare tutti in modo fraterno per far andare avanti la nazione. Nessuno dovrebbe lanciare accuse senza fondamento, dovremmo essere onesti". Un modo, secondo gli osservatori, per ridare forza ad Ahmadinejad nella sua lotta contro l'opposizione riformista. Essa oggi ha messo sul tavolo alcune drammatiche carte che, soprattutto a livello internazionale, possono essere vincenti: i riformisti hanno infatti denunciato l'uccisione in carcere di un giovane oppositore, e hanno denunciato l'uso indiscriminato della tortura contro i prigionieri politici. Il sito riformista "Mosharekat", in particolare, afferma che il figlio del consigliere politico di un candidato presidenziale, il conservatore Mohsen Rezaie, è stato ucciso in carcere dopo essere stato arrestato nel corso dei disordini del 9 luglio. "Mohsen Ruholamini, figlio di Abdolhossein Ruholamini, principale consigliere di Mohsen Rezaie, è stato ucciso nella prigione di Evin". La notizia non è stata commentata dalle autorità che invece, scrive il sito, "giovedì hanno informato la famiglia della sua morte". A denunciare torture di detenuti politici è stato invece il moderato Mehdi Karrubi, uno degli sconfitti del 12 giugno. In una lettera al ministro dei servizi di sicurezza Gholamhossein Mohseni-Ejei, ha ribadito che il nuovo governo iraniano è illegittimo e che i riformisti detenuti dopo gli incidenti delle settimane scorse vengono torturati. Il comportamento degli uomini dei servizi di sicurezza iraniani con le persone arrestate "è peggiore rispetto a quello dei sionisti nella Palestina occupata", ha denunciato sul suo sito Internet. "Vengono usati gli strumenti più oscuri e terrificanti per sopprimere le persone (...) I prigionieri sono tenuti in centri di detenzione illegali (moschee, scuole e scantinati di uffici governativi) e vengono sottoposti a torture psicologiche. Fisicamente sono trattati in modo molto duro". Le accuse di Karrubi hanno trovato il sostegno anche degli altri candidati presidenziali sconfitti e dell'ex presidente Mohammad Khatami che, tutti, hanno firmato un comunicato nel quale si chiede agli "alti esponenti del clero" l'immediata liberazione delle centinaia di persone arrestate dopo il 12 giugno. ATS
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