
Le squadre di soccorso indiane impegnate da giorni in una corsa contro il tempo nello Stato settentrionale di Uttarakhand colpito da inenarrabili straripamenti di fiumi, inondazioni e distruzioni che hanno accompagnato l'arrivo del monsone stagionale, hanno potuto mettere in salvo oggi altre 10.000 persone fra quelle bloccate nelle vallate, mentre 22.000 attendono ancora invece di essere raggiunte, almeno con viveri e generi di prima necessità. Le autorità indiane a New Delhi hanno ripetuto oggi che si tratta di "una tragedia senza precedenti per l'Himalaya", ma si sono ostinate a mantenere il bilancio delle vittime in termini di relativa modestia: 557 morti, 412 feriti. Ammettendo però che "esiste una lista di 13.000 persone considerate per il momento disperse". Questa prudenza è stata però corretta dal "chief minister" (governatore) dello Stato colpito, Vijay Bahuguna, il quale ha assicurato che i morti sono "almeno 1.000" e le persone bloccate "molte migliaia", soprattutto nella zona di Badrinath. Dal 17 giugno, comunque, 75.000 pellegrini e turisti sono stati tratti in salvo. Sono invece tutt'altro che cauti i racconti dei sopravvissuti accompagnati da scene di disperazione e protesta di quanti cercano, e non trovano, i loro cari. Uno per tutti: Lalit Merut, che insieme alla famiglia ha camminato "per sei giorni all'interno di una densa foresta" e che ha assicurato all'"Hindustan Times" di "avere contato almeno 1.000 cadaveri lungo la strada fra Kedarnath e Ukhimath". "Molti di loro - ha sottolineato - morti di fame e disidratazione". Gli esperti dell'Ufficio meteorologico indiano hanno annunciato nuove piogge, lievi domani, ma più marcate a partire da lunedì. Inoltre responsabili di alcune organizzazioni non governative hanno segnalato il rapido aumento delle malattie legate alla mancanza di acqua potabile e dei decessi per fame e sete. ATS
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