
Il direttore del Servizio Penitenziario Federale russo (FSIN), Alexander Kalashnikov, ha proposto l’idea di creare “campi di lavoro” per i detenuti (per coloro i quali la condanna preveda i lavori forzati) così da risolvere la mancanza di manodopera, dovuta soprattutto alla penuria di migranti stagionali dalle repubbliche centro-asiatiche in virtù delle restrizioni imposte dalla pandemia. Kalashnikov ha subito chiarito che non saranno gulag poiché ai detenuti saranno garantite “buone condizioni” di alloggio e un “salario decente”.
Secondo i dati che ha fornito, circa 188mila persone (su una popolazione carceraria totale di 482mila detenuti) potrebbero ‘beneficiare’ della misura. Le sue parole hanno scatenato dibattito e polemiche.
“La storia, naturalmente, è ciclica e si ripete, ma questo ciclo è abbastanza breve”, ha commentato Kira Yarmish, portavoce dell’oppositore russo Alexey Navalny, riferendosi chiaramente ai gulag. Lo riporta la testata indipendente Meduza, così come altri media russi, tra cui la Tass.
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