
L'attacco congiunto israelo-statunitense contro l'Iran del 28 febbraio ha segnato una nuova escalation in Medio Oriente, allargando di fatto il conflitto con conseguenze anche dal punto di vista energetico, soprattutto per quanto riguarda il petrolio. Se da una parte c'è chi, come Israele, ha annunciato «una nuova fase della guerra in cui terminerà lo smantellamento del regime iraniano», dall'altra c'è il traffico navale nello stretto di Hormuz che si è quasi completamente interrotto per effetto della guerra in Medio Oriente. Quello, ricordiamo, è un tratto di mare essenziale per il trasporto mondiale del greggio. Il ministro dell'energia del Qatar ha affermato che «se gli scontri proseguono e lo Stretto di Hormuz resta compromesso tutti i produttori dell'area finiranno per dover bloccare le operazioni e il barile di petrolio potrebbe raggiungere 150 dollari, trascinando al ribasso le economie di tutto il mondo». Secondo quanto riportato da Reuters, che cita tre fonti diplomatiche, Pechino starebbe parlando con Teheran per consentire il passaggio sicuro delle navi, anche perché da quello stretto, a seconda delle stime, passa circa il 45% del suo petrolio. Mentre il segretario all'Energia statunitense ha dichiarato che la Marina Usa si sta preparando a scortare le navi attraverso il corridoio marino. Ma che ruolo hanno Mosca e Pechino in questo conflitto? Ne abbiamo parlato con Filippo Fasulo, codirettore Osservatorio Geoeconomia ISPI, Istituto per gli studi di politica internazionale.
I rapporti tra Cina e Russia
Venendo ai rapporti tra Cina e Russia, Fasulo spiega come innanzitutto «c'è un'ipotesi da fare per quanto riguarda questo conflitto: Mosca viene vista come un possibile vincitore, Pechino come un possibile sconfitto». Una dinamica «strettamente legata al rapporto bilaterale tra i due Paesi, che si è stretto notevolmente dopo l'annessione della Crimea nel 2014, quando l'Unione europea ha ridotto l'acquisto di prodotti energetici russi». La Russia «si è così trovata nella condizione di dover vendere alla Cina a prezzi inferiori, avendo nel Dragone l'unico compratore».
La similitudine con l'Iran
Un discorso simile si può fare anche per l'Iran, che «essendo un paese sanzionato aveva difficoltà a vendere, ma continuava a rifornire di petrolio la Cina attraverso le flotte fantasma, ovviamente a costi ridotti».
Cosa succede oggi?
Con l'escalation in Medio Oriente «si è ridotto l'accesso cinese al petrolio iraniano e di conseguenza Pechino ha maggior bisogno del greggio e delle risorse energetiche russe, con Mosca che ora si trova in una posizione più favorevole rispetto a prima».
La resilienza a stelle e strisce
Un attacco militare «non è un'operazione facile e lo dimostra quanto sta avvenendo in Iran». In passato «si sono visti molti paesi con una buona esperienza militare sul campo impantanarsi in diversi contesti, come Afghanistan, Iraq o Ucraina. E anche oggi, probabilmente, l'attacco a Teheran sta durando più del previsto». Inoltre, la Cina «non ha esperienza di combattimento». Per questo il rischio «è di una guerra prolungata con costi economici altissimi». Così si torna all'energia e al petrolio. «Gli Stati Uniti hanno una capacità di resilienza rispetto all'aumento del prezzo dell'oro nero decisamente migliore rispetto agli altri Paesi, perché sono meno dipendenti degli altri e hanno una forte possibilità di produzione interna. Quindi probabilmente parte del gioco adesso sarà vedere chi molla prima avendo altri soggetti che hanno costi più alti». Non bisogna però dimenticare l'India che «deve subire quanto avviene fuori dai propri confini e per questo, dal punto di vista politico, potrebbe farsi portavoce di azioni in favore della pace».

