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Il gesto dell'aquila e l'esultanza turca sono colpa nostra
Il gesto dell'aquila e l'esultanza turca sono colpa nostra
Il gesto dell'aquila e l'esultanza turca sono colpa nostra
Redazione
7 anni fa
Oggi chiediamo agli sportivi di stare lontani dai temi politici. Ma forse le nostre pretese sono condite da tanta ipocrisia

In questi giorni gli occhi del mondo sono puntati sulla Turchia, in particolare al confine con la Siria, dove l’esercito turco ha sferrato un’offensiva contro i curdi. Mentre Donald Trump si immedesima nei panni di un novello Ponzio Pilato, l’Europa ha condannato l’azione militare di Ankara e valuta sanzioni e embargo.Ma a incendiare ancora di più gli animi c’è stata l’esultanza dei calciatori turchi che, in occasione del gol di Cenk Tosun che ha garantito la vittoria contro l’Albania, si sono prodigati in un saluto militare di gruppo, ad evidente sostegno delle politiche del loro paese. Manco a dirlo, si sono scatenate le polemiche, con politici e media che parlano di abuso della politica, di strumentalizzazione di eventi sportivi e chiedendo che gli sportivi si limitino a giocare, senza intromettersi in cose più grandi loro.Vista da qui quell’esultanza è sembrata certamente inopportuna. Certamente se i calciatori, anziché fare un gesto di supporto a Recep Tayyip Erdogan ne avessero fatto un altro per condannarlo, oggi le pagine dei quotidiani internazionali sarebbero piene di articoli dove venivano celebrati. Un po’ come successo per Enes Kanter, passato dall'anonimato alla ribalta mediatica, conquistando le prime pagine dei principali giornali americani, dopo aver raccontato della persecuzione politica da lui subita dopo aver preso pubblicamente posizione contro il leader turco.

Ed è proprio questo il problema: non possiamo osannare gli sportivi quando prendono posizioni politiche a noi congeniali per poi pretendere che altri stiano zitti se danno voce a opinioni non gradite.

Perché, come detto prima, noi vediamo le cose da qui, seduti comodamente nei nostri uffici o nelle nostre case di un paese che ha vissuto sulla propria pelle l’ultima guerra nel lontano 1515. E, soprattutto non siamo turchi. Non possiamo stupirci così tanto se dei turchi fanno un gesto di sostegno per il loro paese. O pensate che i sentimenti nazionalisti e sovranisti abbiano paternità solo alle nostre latitudini?Certo, per un turco è decisamente più facile essere “a favore” piuttosto che opporsi a un governo, specie se si tratta di quello di Erdogan, non esattamente l’uomo che ha fatto della libertà d’espressione il proprio mantra. Lo sa bene il già citato Kanter, che oggi è inserito nella lista dei terroristi turchi e da anni non può fare rientro in patria. Uno scotto da pagare semplicemente assurdo. Tuttavia bisogna dire che non sempre a essere contrari si corrono rischi come quelli del cestista oggi ai Boston Celtics, anzi: boicottando il ricevimento alla Casa Bianca per protestare contro Donald Trump, i Golden State Warriors hanno guadagnato una stima e una simpatia globale che, come succede ad ogni squadra vincente, stavano faticando ad avere.

Il fatto è che il sostegno della nazionale turca a Erdogan, piuttosto che la ribellione dei Warriors a Trump, sono facce della stessa ipocrisia. L’ipocrisia di chi vorrebbe che gli sportivi parlassero di politica. Sì, ma solo quando fa comodo a loro. Magari ignari della responsabilità e del seguito che hanno ogni volta che prendono una posizione. Basti pensare alle feroci polemiche qui in Ticino dopo i goal di Shaqiri e Xhaka: non si è parlato d’altro per settimane e di fatto il Mondiale della Svizzera è finito lì, con la gioia di esserci e di aver passato il turno sostituita dalla negatività e dalla convizione che i giocatori in campo non avrebbero dato tutto, perché tanto della Svizzera non gliene frega niente.Quale sarebbe allora la soluzione, obbligare i giocatori a tacere, pena sanzioni o squalifiche? Forse chi auspica questo dimentica l’importanza sociale che hanno avuto i pugni alzati di Tommie Smith e John Carlos alle Olimpiadi del 1968, o il discorso in diretta tv di Didier Drogba alla popolazione ivoriana per chiedere di interrompere la guerra civile che stava mettendo contro cristiani e musulmani. Anni di lavoro e migliaia di parole spese dai politici non hanno avuto un effetto nemmeno paragonabile a queste singole azioni.“Chi sa solo di calcio non sa niente di calcio”, diceva José Mourinho. E’ vero e vale per tutti gli sport, proprio per questo è giusto che gli sportivi si interessino ai grandi temi di attualità e possano avere, come chiunque di noi, il diritto di esprimere la loro opinione.Il cambiamento più importante deve venire da noi e dalla nostra capacità di relativizzare nel modo giusto le loro parole, prendendole per quello che sono: il pensiero di un singolo individuo. Altrimenti poi non lamentiamoci degli sportivi che non vanno oltre le stories su Instagram con veline e auto di lusso: sono quello che ci meriteremmo.

Mattia Sacchi 

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