
Le giravolte sull'Iran a suon di ultimatum poi rimandati e i messaggi aggressivi e pieni di insulti volgari scatenano una nuova bufera contro Donald Trump, accusato di essere uno «squilibrato» che vuole «commettere crimini di guerra».
Dopo aver trascorso giornate a minacciare «l'inferno» su Teheran se non ci sarà un accordo, il giorno di Pasqua il presidente è stato ancora più esplicito. «Martedì in Iran sarà la Giornata della Centrale Elettrica e la Giornata del Ponte, tutto in uno. Non ci sarà niente di simile!!! Aprite il fottuto Stretto, pazzi bastardi, o vivrete all'inferno. Vedrete. Sia lode ad Allah», ha scritto sul suo social Truth. Le polemiche sono scattate immediate. «Sta delirando come un folle squilibrato», ha tuonato il leader dei democratici in Senato Chuck Schumer. «È una follia totale. Se fossi nel governo Trump chiamerei gli avvocati costituzionalisti sul 25 emendamento», ha rincarato la dose il senatore liberal Chris Murphy invitando i membri dell'amministrazione a valutare la rimozione del presidente in quanto incapace di svolgere i suoi doveri.
Critiche sono arrivate anche dalle fila repubblicane. Gli americani non vogliono che «il loro presidente sia volgare. Parte della leadership è l'autocontrollo», ha detto il deputato conservatore Don Bacon, convinto sostenitore del conflitto contro Teheran. Le parole più dure sono però arrivate dalla sua ex fedelissima, Marjorie Taylor Greene: «Ha perso la testa» e tutti coloro che sono nell'amministrazione sono «complici» che dovrebbero «implorare il perdono di Dio», ha detto riportando l'attenzione sulla salute del presidente di cui si vociferava un ricovero nei giorni scorsi, poi smentito dalla Casa Bianca.
La corsa a sostituire Greene alla Camera (martedì è in calendario il ballottaggio) è un primo banco di prova per valutare la reazione degli americani al conflitto in vista della elezioni di metà mandato. In corsa ci sono due veterani con due posizioni opposte alla guerra. Il repubblicano Clayton Fuller, appoggiato da Trump, è un convinto sostenitore del conflitto contro l'Iran, mentre il democratico Shawn Harris ha fatto della sua opposizione al conflitto il tema centrale degli ultimi scampoli di campagna elettorale.
Trump ha minimizzato il suo linguaggio esplicito nel messaggio su Truth. «L'ho fatto per chiarire il punto», si è limitato a dire respingendo anche le accuse su possibili crimini di guerra. «Consentire all'Iran di avere l'arma nucleare è un crimine di guerra», ha liquidato la questione senza però riuscire a placare le critiche. Alcuni democratici si sono già rivolti alle truppe americane dicendo loro di contravvenire agli ordini nel caso in cui il commander-in-chief optasse per un'escalation e decidesse di colpire le centrali elettriche iraniane.
Secondo gli esperti, un raid del genere costituirebbe un crimine di guerra che andrebbe ad aggiungersi alla violazione della Carta dell'Onu con l'attacco all'Iran. A preoccupare - hanno spiegato cento esperti legali e avvocati in una lettera aperta pubblicata su Just Security - non è solo la retorica del presidente, ma i rischi ai quali espone i soldati sul campo con le sue parole: il timore è che a loro venga riservata la stessa violenza rivendicata dal presidente. C'è poi il fatto che Trump si sia circondato da persone che non lo contraddicono e questo aumenta i rischi. Durante il primo mandato, quando minacciò di distruggere i 52 siti culturali dell'Iran, a guidare il Pentagono c'era allora Mark Esper che definì l'attacco come un possibile crimine di guerra e assicurò che il Dipartimento della Difesa non avrebbe colpito. Ora alla guida c'è Pete Hegseth, la cui retorica non è da meno di quella di Trump anche se con riferimenti più religiosi.

