
I 30 attivisti di Greenpeace accusati di teppismo per il blitz contro una piattaforma petrolifera artica di Gazprom devono essere liberati con la possibilità di rimpatriare e la loro nave, l'Arctic Sunrise, deve essere dissequestrata in cambio di una cauzione di 3,6 milioni di euro: è la sentenza del tribunale internazionale per il diritto marittimo, un organo indipendente dell'Onu con sede ad Amburgo, al quale si era rivolta l'Aja (il vascello batteva bandiera olandese). Ma Mosca, pur riservandosi di esaminare il provvedimento, ha ribadito di non riconoscere la giurisdizione del tribunale in questo caso, appellandosi alla riserva con cui aveva ratificato nel 1997 la convenzione Onu sul diritto marittimo, allegando una dichiarazione nella quale precisa di non accettare procedure che portino il tribunale a decisioni vincolanti sulla sovranità nazionale. La Russia ne fa quindi una questione di violazione della sovranità, quanto di più sensibile esista per un Paese come questo, che ha dovuto riaffermarsi dopo il crollo dell'Urss. Il tribunale internazionale, che ha deciso quasi all'unanimità (19 sì, 2 no), ritiene invece che le convenzioni marittime internazionali prevedano che i governi possano bloccare le navi nella loro zona economica esclusiva solo se impegnate in attività di pesca o di ricerca non consentite. Un conflitto nel quale la Russia continua ad avere il coltello dalla parte del manico, potendo non ottemperare la sentenza. La scelta è comunque imbarazzante: cedere equivarrebbe ad ammettere un errore, ignorare il tribunale causerebbe un ulteriore danno d'immagine a pochi mesi dalle Olimpiadi invernali di Soci, evocando anche il paradosso di un Paese alfiere dell'Onu e del diritto internazionale che ora si rifugia nel diritto nazionale. Per questo forse Mosca più pragmaticamente ha giocato d'anticipo liberando proprio oggi, in coincidenza con la sentenza della corte di Amburgo, gli ultimi attivisti in carcere da oltre due mesi in cambio di una cauzione di 45'000 euro a testa. In cella, inspiegabilmente, resta solo l'australiano Colin Russel, ma l'appello potrebbe cambiarne le sorti.
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