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Estero
Gli Usa chiudono la campagna più velenosa di sempre
Redazione
10 anni fa

Anche nelle arringhe finali dei candidati alla Casa Bianca sono le divisioni, la rabbia, il veleno emersi in questa campagna a fare da sfondo. Perché la strada fin qui è stata un continuo scambio di accuse, colpi bassi, offese e scandali, rendendola il match elettorale più aspro di sempre, nel quale ha finito per trovarsi imbrigliata anche la polizia federale (Fbi). A posizionare l'asticella è stata sufficiente la discesa in campo di due supercandidati quali Hillary Clinton e Donald Trump: da una parte l'ex first lady con il suo bagaglio di vita pubblica e la diffidenza a cui è associata. Dall'altra l'outsider miliardario, esuberante e da subito determinato a lanciare la sua guerra contro il politicamente corretto. Così, se la rivelazione del New York Times su indirizzo e-mail e server privati utilizzati dall'ex segretaria di Stato ha perfino preceduto l'annuncio della candidatura di Hillary, il tycoon ha esordito con dichiarazioni shock quando nell'annunciare la sua corsa per la Casa Bianca ha promesso la costruzione dell'ormai famigerato muro tra il Messico e gli Stati Uniti, additando i messicani come criminali e stupratori. Poi la proposta di negare l'ingresso negli Usa a tutti i musulmani come risposta alla minaccia terroristica. Niente però rispetto agli attacchi personali, già leitmotiv delle primarie, dagli scontri con Marco Rubio caduti anche nella sfera dei doppi sensi, alle offese contro Carly Fiorina ("candidata con quella faccia?"), fino agli sgambetti fatti a Ted Cruz quando era rimasto l'unico a contrastarne la corsa. Archiviate le primarie, il tycoon ha preso a twittare (anche nel pieno della notte): critiche e insulti in pillole senza risparmiare nessuno (il New York Times li ha raccolti in un paginone). Clinton però non è stata da meno quando ha chiamato "deplorevoli" i sostenitori di Trump, metà del Paese di fatto, attirando così su di sé una valanga di critiche. Per la candidata democratica è stato però il passato a ripresentarsi come un incubo ricorrente e una minaccia concreta per le sue aspirazioni presidenziali, a partire dai sospetti sulla Fondazione Clinton e i suoi rapporti con Paesi donatori dalla condotta dubbia, anche quando Hillary guidava il dipartimento di Stato.

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