
Il rilancio dell'impegno americano per la pace in Medio Oriente, annunciato da Barack Obama ad altrettanti leader della regione nelle prime quattro telefonate della sua presidenza, ha salutato oggi il completamento del ritiro delle forze israeliane dalla Striscia di Gaza. Un atto che mette fine, almeno per ora, alla fase acuta di una delle crisi di maggior impatto internazionale, dopo tre settimane di guerra e un bilancio di 1300 palestinesi (e 13 israeliani) uccisi, pesanti distruzioni e ordigni inesplosi disseminati sul campo. A decretare la conclusione dell'operazione 'Piombo Fuso' - in un clima punteggiato di reciproci avvertimenti armi alla mano - è stato un portavoce dell'esercito israeliano: "Questa mattina - ha detto - l'ultimo soldato ha lasciato la Striscia di Gaza e le forze israeliane si sono rischierate fuori". I reparti sono in allerta "pronti a ogni evenienza", nel caso in cui le milizie islamico-radicali di Hamas dovessero riprendere il fuoco. Sul terreno, intanto, la tregua sembra tenere, malgrado gli incidenti di confine e gli sporadici botta e risposta di ieri. Mentre sulla scena diplomatica irrompe Barack Obama, fresco di giuramento, con un giro di consultazioni telefoniche, tutte concentrate sul Medio Oriente. La prima - di evidente valore simbolico - è stata indirizzata al presidente dell'Autorità nazionale palestinese (Anp), il moderato Mahmud Abbas (Abu Mazen), e resa pubblica con enfasi da Ramallah da un portavoce, secondo il quale il nuovo inquilino della Casa Bianca "ha affermato di voler dispiegare tutti gli sforzi possibili per arrivare quanto prima" a "una pace durevole" nella regione. Poi, a stretto giro, Obama ha chiamato il premier israeliano, Ehud Olmert, il re di Giordania Abdallah II e il rais egiziano Hosni Mubarak: tessitore in questi giorni della mediazione che ha condotto al cessate il fuoco e di un'iniziativa negoziale - già appoggiata dai maggiori Paesi europei - orientata a stabilizzarlo. Un obiettivo che il neopresidente americano dichiara di condividere. E che resta tuttavia legato a numerose incognite, come emerso oggi stesso dai colloqui di Bruxelles del ministro degli Esteri israeliano, Tzipi Livni, col responsabile della politica estera e di difesa dell'Ue, Javier Solana. Questi ha ha parlato di una tregua "fragile" e ha sollecitato Israele a consolidarla attraverso un rapido alleggerimento del blocco attorno alla Striscia e la riapertura dei valichi. Valichi dai quali il governo di Gerusalemme teme la ripresa del traffico d'armi a beneficio di Hamas (mentre i contrabbandieri della zona non nascondono di voler rendere presto di nuovo agibili i tunnel al confine fra Gaza ed Egitto), a meno d'una concretizzazione dell'iniziativa varata dal Cairo. E soprattutto degli impegni assunti da un lato dagli Usa e dall'altro da alcuni Paesi europei su un pattugliamento internazionale delle frontiere. Dall'interno della Striscia non mancano del resto segnali preoccupanti. A cominciare dai toni odierni di un portavoce di Hamas, Ehab Al-Ghsain, il quale ha respinto l'accusa di violenze nei confronti dei rivali interni di Fatah (fedeli ad Abu Mazen), ma ha confermato l'avvio d'una caccia all'uomo contro i presunti "collaborazionisti del nemico sionista". Nell'opinione pubblica israeliana, viceversa, resta forte il sostegno alla linea dura delle autorità sul dossier Gaza. Mentre trovano scarso interesse - e ancor meno credito - le notizie di indagini internazionali sull'asserito uso durante il conflitto di armi al fosforo bianco o all'uranio impoverito (smentito a tamburo battente dal ministero degli Esteri, dopo la denuncia presentata da alcuni Paesi arabi all'Aiea). E appaiono confinate nel folklore le petizioni di anonimi gruppi di difesa dei diritti umani, balenate qua e là su internet, in favore dell'arresto per crimini di guerra di mezzo vertice politico e militare d'Israele. ATS
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