
È notizia di oggi: la Cina ha risposto con decisione ai dazi imposti nei suoi confronti da Washington (arrivati, in totale, al 145%), con tariffe al 125%. Una mossa che ha alimentato la volatilità delle borse mondiali ma anche l’andamento valutario, con il dollaro sceso di 2 punti percentuali sull’euro e ai minimi storici sul franco.
Un braccio di ferro fine a sé stesso
“Un’escalation di questo livello è ormai ininfluente” ha dichiarato a Ticinonews Filippo Fasulo, co-responsabile di ISPI ed esperto di economia globale. “Le stime ci dicono che il margine per gli esportatori cinesi verso gli Stati Uniti è di circa il 30%. Con dazi così alti questo margine è già stato ‘mangiato’ e quindi, di fatto, non c’è più valore nell’esportare verso gli USA. Se anche i dazi dovessero aumentare ulteriormente, il danno sarebbe lo stesso. Siamo davanti a un braccio di ferro fine a sé stesso. Il punto, ora, è chi chiamerà per primo per trovare accordi”.
La Cina potrebbe bypassare i dazi
La posta in gioco, sia per Washington che per Pechino, resta alta. Sulla Cina pesa un surplus commerciale di circa 360 miliardi verso gli Stati Uniti. Il Paese del dragone ha passato gli ultimi anni a prepararsi a questo scenario, intessendo una fitta rete di delocalizzazioni in paesi strategici tramite cui produrre e, almeno a corto termine, cercare di bypassare la leva di dazi. “La Cina potrebbe trovare dei modi per scansare i dazi, ma solo sul corto periodo” continua Fasulo “sul lungo termine gli Stati uniti impediranno pratiche di questo tipo. Ricordiamoci che c’è un’altra misura di cui spesso non si parla: ovvero la possibilità che Trump sanzioni le navi prodotte in Cina, con una forte limitazione della capacità commerciale di Pechino anche in altri settori”.
L’UE gioca in due campi
Intanto la morsa americana ha spinto l’Ue a muoversi verso Est. I leader dell’Unione europea stanno pianificando una missione in Cina a fine luglio per un summit con il presidente Xi Jinping. “L’Europa si trova a dover giocare in due campi” conclude Fasulo “Finora l’UE ha fatto proprie le politiche americane in chiave anti-cinese. Ora quest’asse si è indebolita. Malgrado questo, le ragioni della diffidenza europea nei confronti della Cina restano e sono soprattutto di natura economica. Se Pechino riuscirà a ridurre le divisioni con Bruxelles, potrebbero instaurarsi legami molto forti”.

