
L’ambasciatrice svizzera a Beirut Monika Schmutz è rimasta leggermente ferita oggi nelle esplosioni avvenute nell’area portuale della capitale libanese. Schmutz si trova ora in ospedale, precisa ancora il DFAE. Secondo il Dipartimento, l’enorme onda d’urto ha causato la rottura di finestre su un raggio di diversi chilometri. L’esplosione ha danneggiato gravemente l’ambasciata elvetica e la residenza dell’ambasciatrice.
Il resto del personale della rappresentanza svizzera in Libano è in buona salute. L’ambasciata sta ora chiarendo se altri cittadini svizzeri sono stati colpiti dall’esplosione. Finora non vi sono indicazioni al riguardo, secondo il DFAE.
Le esplosioni di Beirut hanno fatto crollare anche un edificio di tre piani e si cercano persone intrappolate sotto le macerie. Lo ha riferito, citando fonti mediche locali, presidente dell’Associazione dei medici stranieri in Italia (Amsi), Fouad Aoudi, in contatto con i colleghi locali.
Feriti e morti
Secondo una stima preliminare del ministero della salute ci sono almeno 30 morti e 3’000 feriti. Tutti gli operatori sanitari sono stati chiamati - ha aggiunto - a rendersi disponibili per i soccorsi. La stessa Amsi sta collaborando con le autorità sanitarie locali per l’invio di sangue.
Il governatore del Beirut: “Sembrava Hiroshima”
“Beirut è una città distrutta”, e le esplosioni di oggi sembravano “Hiroshima”: lo ha detto ad una emittente libanese, trattenendo a stento le lacrime, il governatore di Beirut, Marwan Aboud, definendo quanto accaduto “un disastro nazionale senza precedenti”. Aboud si è recato sul luogo dell’esplosione, al porto di Beirut, rivelando che tra i dispersi vi sarebbero numerosi vigili del fuoco accorsi sul posto per spegnere l’incendio conseguente alla prima esplosione.
La dinamica
La dinamica degli eventi non è ancora chiara, ma secondo quanto riporta una fonte locale, la prima esplosione accidentale sarebbe partita da una nave che trasportava un carico di fuochi d’artificio. Da qui si sarebbe innescata una seconda esplosione più grande in un deposito chimico. Ora una nuvola gigantesca sovrasta la città e gli abitanti sarebbero in fuga. Secondo il canale televisivo panarabo Al Mayadeen la violenta esplosione è stata sentita anche a Cipro, e a 240 chilometri di distanza.
Riunione di emergenza
In serata il presidente libanese Michel Aoun ha convocato una riunione d’emergenza del Supremo consiglio della Difesa presso il palazzo di Baabda, voci di ogni tipo si rincorrono sulle cause della deflagrazione, di una tale potenza da non avere uguali nemmeno durante la guerra civile durata 15 anni, dal 1975 al 1990. Il capo delle forze di sicurezza nazionali, generale Abbas Ibrahim, ha detto che la causa è un incendio sviluppatosi in un deposito usato per custodire materiali altamente infiammabili sequestrati in passato. Un video circolato sui social media mostra dapprima una colonna di fumo nero alzarsi nel cielo. Poi, in quelle che sembrano le fiamme di un incendio, alcune deflagrazioni minori. Infine, un’esplosione gigantesca che investe anche il balcone da cui vengono riprese le immagini, alcune centinaia di metri dal porto.
Forti tensioni
L’esplosione è avvenuta in un momento di fortissime tensioni in un Paese travolto da una crisi economica disastrosa, con le tensioni di confine che si sono riaccese negli ultimi giorni tra Israele e le milizie filo-iraniane di Hezbollah, e la sentenza del processo, attesa venerdì, per l’uccisione nel 2005 in un attentato sul lungomare di Beirut dell’ex primo ministro Rafic Hariri e altre 21 persone. Gli imputati sono quattro membri dello stesso Hezbollah, tutti latitanti.
Depositi di missili?
Voci incontrollate riprese da alcune televisioni hanno parlato di un possibile attacco israeliano a un deposito di armi di Hezbollah. Ma sia il Partito di Dio sia Israele hanno smentito. Vista la potenza dell’esplosione, tuttavia, in linea teorica non si può escludere a priori che pur trattandosi di un incidente, a saltare in aria possa essere stato proprio un deposito di armi. In Israele si ricorda che due anni fa, in un intervento all’Onu, il premier Benyamin Netanyahu denunciò la presenza di tre depositi di missili di Hezbollah a Beirut, uno allo stadio, uno all’aeroporto e uno proprio nel porto.
A fianco del Libano
Grande preoccupazione è espressa nelle prime reazioni internazionali a quanto accaduto. La Casa Bianca ha fatto sapere che sta seguendo da vicino la situazione. Anche il ministro degli Esteri francese Jean-Yves Le Drian, che nei giorni scorsi si è recato in visita a Beirut, ha detto che la Francia “sarà sempre al fianco del Libano” ed è pronta a fornire qualsiasi tipo di assistenza.
Domani, intanto, in Libano è stato proclamato un giorno di lutto nazionale.
Di seguito i video impressionanti delle esplosioni.
Dopo tre giorni dal verdetto
L‘enorme doppia esplosione che ha scosso la capitale del Libano avviene ad appena tre giorni dal verdetto del tribunale speciale incaricato dall’Onu di condurre le indagini sul micidiale attentato in cui quindici anni fa, sul lungomare di Beirut, venne assassinato l’ex premier Rafik Hariri, e 21 altre persone. Sotto processo, in contumacia, ci sono quattro membri di Hezbollah, il potente movimento sciita filo-iraniano alleato di Damasco, e il 7 agosto la Corte, con sede all’Aja, annuncerà se sono innocenti o colpevoli.
Si tratta di un verdetto, a lungo atteso, ma anche temuto perché potenzialmente potrebbe scuotere di nuovo alle fondamenta il Libano, già alle prese con la peggiore crisi economica degli ultimi decenni, che ha lasciato quasi la metà della popolazione in povertà, aggravata inoltre dall’’epidemia di Covid-19. In questo quadro, inoltre, negli ultimi giorni c’è stata anche una nuova fiammata di tensione con Israele, che ha affermato di aver sventato un tentativo di infiltrazione da parte di un commando armato formato da cinque guerriglieri di Hezbollah.
L’assassinio di Hariri, il 14 febbraio 2005, noto come l’attentato di San Valentino, fu realizzato con una enorme carica di 3000 chilogrammi di esplosivo caricata su un camion-bomba. L’attentato innescò da subito violente e ripetute proteste di massa a Beirut e in tutto il resto del Paese. E anche una forte ondata di pressioni internazionali che costrinsero infine la Siria a porre fine, dopo 29 anni, alla sua presenza militare nel Paese, dopo che l’indagine delle Nazioni Unite la collegò con l’attentato. Nel giro di poche settimane, Damasco, il 26 aprile dello stesso anno, riportò a casa il suo contingente di 40’000 soldati.
Il vuoto che lasciato dalle forze siriane venne poi di fatto colmato da Hezbollah, da allora diventato ancora più potente, sia come movimento politico che fa parte del governo libanese, sia come organizzazione militare, superiore anche all’esercito libanese. Il suo leader, lo sheick Hassan Nasrallah, ha sempre negato qualsiasi ruolo del movimento nell’attentato, respingendo allo stesso tempo il tribunale, che sprezzantemente definisce politicizzato.
Anche per questo, è molto improbabile che, in caso di verdetto di colpevolezza, gli imputati verranno consegnati alla giustizia. Ma al contrario, con ogni probabilità, una eventuale condanna potrebbe rappresentare un ulteriore grave problema per il governo del premier Hassan Diab.
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