

Il generale Mohammed Jafar Asadi, un alto ufficiale delle Guardie Rivoluzionarie iraniane, citato dall'agenzia di stampa Fars, ha dichiarato oggi che «una ripresa degli scontri tra Iran e Stati Uniti è probabile». «I fatti dimostrano che gli Stati Uniti non rispettano alcun impegno», ha insistito.
«Le azioni e le dichiarazioni degli americani sono principalmente frutto di una manipolazione mediatica, volta in primo luogo a impedire un calo dei prezzi del petrolio e poi a tirarsi fuori dalla difficile situazione che loro stessi hanno creato», ha affermato l'alto militare, aggiungendo che le forze armate iraniane sono «pienamente preparate ad affrontare qualsiasi nuova avventura o errore da parte degli americani».
«Le forze armate iraniane hanno preso in considerazione misure sorprendenti contro la bellicosità del nemico, misure che non possono nemmeno immaginare», ha aggiunto Asadi. «Non fa alcuna differenza se gli Stati Uniti conducono operazioni militari contro l'Iran o meno, poiché gli Stati Uniti sono caduti in una trappola dalla quale non hanno via d'uscita».
Raid israeliani nel sud del Libano hanno causato la morte di almeno 13 persone ieri, secondo un nuovo bilancio diffuso dal ministero della Sanità libanese. Intanto l'esercito israeliano ha intimato agli abitanti di diverse città e villaggi del Paese di evacuare.
Stando ad un comunicato del ministero, otto persone, tra cui un bambino e due donne, sono state uccise e altre 21 ferite, tra cui due bambini e una donna, nei raid sul villaggio di Habbouch, che l'esercito israeliano aveva esortato ad evacuare nonostante il cessate il fuoco.
L'agenzia di stampa ufficiale libanese, NNA, ha riportato «una serie di intensi raid poco meno di un'ora dopo l'avvertimento israeliano».
Questa mattina l'esercito israeliano ha intimato agli abitanti di diverse città e villaggi del Libano meridionale di evacuare, proseguendo lo sfollamento forzato della popolazione nella zona nonostante il cessate il fuoco, scrive Al-Jazeera.
L'ultimo ordine di sfollamento forzato riguarda Qaaqaait al-Jisr, Adchit al-Shaqif, Jebchit, Ebba, Kfar Jouz, Harouf, al-Duwayr, Deir ez-Zahrani e Habboush, ha dichiarato l'esercito israeliano il giorno X.
Il Giappone torna ad approvvigionarsi di petrolio dalla Russia per la prima volta dall'interruzione dei traffici nello Stretto di Hormuz, causata dagli attacchi di fine febbraio di Stati Uniti e Israele all'Iran.
Lo ha reso noto il ministero dell'economia e dell'Industria nipponico, precisando che una petroliera è già in navigazione verso le coste giapponesi con un carico proveniente dal progetto Sakhalin-2, nell'Estremo Oriente russo.
L'acquisto è stato effettuato dalla società all'ingrosso Taiyo Oil, e si inquadra in una più ampia strategia di diversificazione delle fonti di approvvigionamento energetico, resa urgente dalla crisi geopolitica che ha di fatto paralizzato i flussi petroliferi attraverso il Golfo Persico. Il Giappone, privo di risorse energetiche, dipende per oltre il 90% dalle importazioni di greggio mediorientale, rendendolo particolarmente vulnerabile alle perturbazioni in quella regione.
Il greggio di Sakhalin-2 non è soggetto alle sanzioni imposte da Washington e Bruxelles alla Russia in risposta al conflitto in Ucraina: un elemento che ne rende l'acquisto legalmente e commercialmente praticabile per Tokyo, nonostante le tensioni diplomatiche con Mosca. Il progetto Sakhalin-2, guidato dal colosso energetico di Stato Gazprom, vede tra i principali azionisti le giapponesi Mitsubishi Corp. e Mitsui & Co., garantendo a Tokyo un accesso privilegiato, tanto sul piano logistico quanto su quello contrattuale, alle risorse dell'area, considerando la convenienza economica del petrolio russo rispetto ai benchmark internazionali.
La produzione di greggio a ciclo annuale è operativa dal 2008, mentre l'esportazione di gas naturale liquefatto (GNL) è iniziata l'anno successivo. Secondo i dati del portale internazionale di tracciamento navale Marine Traffic, la petroliera ha lasciato Sakhalin alla fine di aprile. La sua destinazione è il porto della prefettura di Ehime, nel Giappone occidentale, dove è attesa nei prossimi giorni.
Dopo aver annunciato un inasprimento delle sanzioni americane, Donald Trump è tornato nelle scorse ore a parlare di Cuba, e - con tono scherzoso, come evidenzia la CNN - ha evocato la possibilità che gli Stati Uniti ne «prendano il controllo».
«È originario di un posto che si chiama Cuba, un posto di cui prenderemo quasi immediatamente il controllo», ha detto il presidente americano rivolgendosi a una persona tra la folla che lo ascoltava durante un evento in Florida.
Nel suo intervento Trump ha collegato tutto a quanto accade in Medio Oriente. «Prima ne finiremo una, mi piacerebbe concludere il lavoro», ha affermato, riferendosi all'Iran. «Di ritorno dall'Iran, faremo sì che una delle nostre grandi unità, forse la portaerei Uss Abraham Lincoln, la più grande al mondo, si avvicini, si mantenga a circa 100 metri dalla costa e ci diranno 'molte grazie, ci arrendiamo'», ha aggiunto, alludendo a quella che - a suo avviso - potrebbe essere una risposta delle autorità cubane, mentre il pubblico rideva.
Cuba ha già definito «illegali» e «abusive» le nuove sanzioni annunciate dagli USA.
Il ministro degli esteri di Cuba Bruno Rodríguez ha dichiarato che le nuove sanzioni imposte dal presidente statunitense Donald Trump all'isola equivalgono a una «punizione collettiva», mentre un'enorme corteo ha sfilato davanti all'ambasciata americana all'Avana, per le celebrazioni del 1° maggio, promettendo di essere tutti pronti a «difendere la patria», secondo quanto riporta l'agenzia AFP.
In un ordine esecutivo, il leader statunitense ha affermato che avrebbe imposto sanzioni a persone coinvolte in una vasta operazione di smantellamento dell'economia cubana, che è controllata dal governo.
Le ultime sanzioni costituiscono una «punizione collettiva» per il popolo cubano, ha dichiarato Rodríguez. «Respingiamo fermamente le recenti misure coercitive unilaterali adottate dal governo degli Stati Uniti», ha scritto su X aggiungendo che si tratta di sanzioni «illegali» e «abusive».
Il Pentagono prevede di ritirare 5.000 soldati americani dalla Germania. Lo riporta l'emittente CBS citando alcuni funzionari, secondo i quali la mossa è un segnale del malcontento di Donald Trump per il livello di assistenza offerto dagli alleati europei sull'Iran.
L'annuncio giunge dopo le dichiarazioni del cancelliere tedesco che hanno fatto infuriare il presidente degli Stati Uniti. Friedrich Merz ha affermato lunedì che gli americani non hanno «nessuna strategia» in Iran e che Teheran sta «umiliando» la principale potenza mondiale. «Non sa di cosa sta parlando!», ha replicato l'inquilino della Casa Bianca.
Parte delle truppe che potrebbero lasciare l'Europa tornerebbero negli Stati Uniti per poi essere dispiegate altrove, ha riferito un funzionario all'emittente statunitense, inquadrando la decisione nell'ambito degli sforzi di Washington per concentrarsi sulle sue priorità in casa e nell'area dell'indo-pacifico.
Il ritiro di circa 5.000 soldati dalla Germania, pari a circa il 15% delle forze armate tedesche di stanza nel Paese, potrebbe essere completato nei prossimi 6-12 mesi, ha ipotizzato il portavoce del Pentagono Sean Parnell, secondo quanto riportato dall'agenzia Reuters.
«Mi piace finire prima un lavoro. Forse tornando dal Medio Oriente, una delle portaerei potrebbe fermarsi» a Cuba. Lo ha detto Donald Trump un po' scherzando, un po' serio nel corso di un evento al Forum Club in Florida. Il presidente ha quindi spiegato che gli Stati Unti prenderebbero il controllo di Cuba quasi immediatamente. «Dire che gli Stati Uniti non stanno vincendo la guerra in Iran è tradimento» ha poi aggiunto il tycoon.

