
Svizzera, Germania e Austria si ritirano dal progetto di costruzione della grande diga di Ilisu, nella Turchia sudorientale. Le rispettive agenzie responsabili per la concessione della garanzia contro i rischi delle esportazioni (GRE) ritengono che gli obblighi contrattuali in fatto di protezione dell'ambiente, dei beni culturali e della popolazione locale non siano stati rispettati. La Turchia e il consorzio di imprese impegnate nel progetto sono stati informati oggi della decisione, indica in una nota l'Assicurazione svizzera contro i rischi delle esportazioni (ASRE), un ente di diritto pubblico della Confederazione che assicura rischi politici, difficoltà di trasferimento, moratorie di pagamento e "casi di forza maggiore". A fine dicembre i tre paesi avevano dato alla Turchia sei mesi - fino al 6 luglio 2009 - per apportare i necessari correttivi al suo faraonico progetto, una megacentrale idroelettrica che dovrebbe produrre 1200 megawatt per un costo preventivato di 1,5 miliardi di franchi. Alto 135 metri e lungo 1820, lo sbarramento idrico da realizzare sul fiume Tigri dovrebbe disporre di una capacità di 10 400 miliardi di metri cubi d'acqua. Quattro gruppi svizzeri sono impegnati nella realizzazione del progetto: Alstom, Stucky, Colenco e la società ticinese Ingegneria Maggia. In un primo tempo la Confederazione aveva accordato alle quattro imprese GRE per complessivi 225 milioni di franchi. Vienna e Berlino avevano concesso garanzie analoghe alle loro società. Sin dall'inizio, l'ASRE e le sue omologhe di Germania e Austria avevano sottoposto la concessione della GRE a "severe condizioni", rammenta il comunicato dell'agenzia svizzera. "Il principale obiettivo consisteva nel limitare l'impatto del progetto di centrale elettrica sugli abitanti della regione, l'ambiente e i beni culturali" in base alle norme fissate dalla Banca mondiale. La lista presentata alla Turchia comportava in tutto 150 richieste. Gli esperti indipendenti nominati hanno osservato "progressi", ma non sufficienti, afferma la nota dell'ASRE. Nelle intenzioni delle autorità turche, il progetto, che risale agli anni '80, permetterà la creazione di 3,8 milioni di posti di lavoro in una regione fortemente depressa, nel settore della costruzione e dei servizi, ma anche del turismo e della pesca. Il rovescio della medaglia risiede nel fatto che oltre 50'000 abitanti dovrebbero essere sfrattati e decine di località inondate. Verrebbe allagata una superficie di 300 km quadrati e verrebbe sommersa anche la cittadina di Hasankeyf, che ha 12'000 anni di storia e circa 200 siti archeologici. Alla campagna internazionale contro la realizzazione della diga hanno aderito anche molte personalità turche, tra cui il premio Nobel per la letteratura Orhan Pamuk e il cantante Tarkan. In caso di decisione negativa da parte di Berna, Berlino e Vienna "la Turchia non potrà costruire la diga per il momento", aveva dichiarato nei giorni scorsi all'ATS Christine Eberlain, portavoce della Dichiarazione di Berna, una organizzazione terzomondista elvetica che si batte da anni contro il progetto e che in un comunicato odierno parla di "una importante vittoria". Da parte sua, il consorzio di imprese costruttrici si era limitato a definire "spiacevole" un eventuale no, per bocca del suo portavoce Alexander Schwab. Il governo di Ankara ha già annunciato che non rinuncerà a costruire la diga. La stampa turca ha riferito di recente che i responsabili del progetto intendono posare la prima pietra il 30 luglio prossimo, giudicando che le condizioni imposte dai paesi europei siano state in gran parte soddisfatte. La decisione di procedere anche in assenza di finanziamenti dall'estero sarebbe stata presa il 10 giugno scorso in una riunione presieduta dal premier Tayyip Erdogan. ATS
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