
“La prima sirena è suonata sabato 7 ottobre alle 6.30 del mattino, svegliandoci. A quel punto io e il mio ragazzo ci siamo guardati e ci siamo chiesti se fosse effettivamente un allarme anti missile, ma non avendo più sentito suonare nulla ci siamo rimessi a dormire. Quando poi ci siamo svegliati nuovamente alle 9.30 ho visto che avevo ricevuto dei messaggi da due amiche che mi chiedevano se stessi bene e se fossi al sicuro. Ho subito aperto le notizie, grazie alle quali abbiamo scoperto quello che stava succedendo in Israele. Da quel momento è iniziato il calvario: il mio ragazzo è stato chiamato verso le 11.30 dalla sua unità per prestare servizio militare e io sono entrata totalmente nel panico”. Inizia così la testimonianza di Giulia*, una giovane ragazza italiana rientrata mercoledì scorso da Herzliya, una città a Nord di Tel Aviv, che ha deciso di raccontare a Ticinonews come ha vissuto i primi giorni del conflitto israelo-palestinese.
“La peggior sensazione della mia vita”
Il compagno di Giulia è un riservista colombiano con cittadinanza israeliana che ha servito per quasi tre anni il Paese. Nonostante la richiesta di esonero dall’unità, quel sabato mattina ha ricevuto un messaggio dai suoi commilitoni in cui gli veniva chiesto di iniziare a preparare le proprie cose. “Vederlo attivarsi per partire, senza inizialmente sapere dove l’avrebbero mandato, è stata la parte più brutta di tutta l’esperienza”. La ragazza ci ha poi spiegato che solo in seguito è venuta a conoscenza del fatto che sarebbe andato a prestare servizio a nord sulle Alture del Golan, al confine con il Libano, “dove la situazione è ancora relativamente tranquilla. Ma sapere che quella poteva essere l’ultima volta in cui l’avrei visto è la peggior sensazione che si possa provare”. Quel sabato notte Giulia non ha chiuso occhio: “Dopo averlo sentito, ho saputo che probabilmente sarebbero arrivati missili anche in quella zona e che quindi sarebbero dovuti andare in missione durante la notte per verificare se gli esponenti di Hezbollah avrebbero attraversato o meno la frontiera”. La missione è stata poi rimandata, “ma io quella notte ho comunque deciso di non dormire, sia perché lui era in guerra sia perché vedere le immagini di tutte quelle persone che sono state prese nelle loro case mi hanno fatto pensare che poteva succedere anche a me. Se un soldato di Hamas avesse cercato di fare irruzione in casa mia, cosa avrei potuto fare? Io ero consapevole di non essere in pericolo, di trovarmi lontana dai territori più a rischio, ma le notizie all’inizio erano molto frammentarie e quindi non sapevo cosa sarebbe accaduto, non si capiva fino a dove fossero arrivate le truppe di Hamas. Non era chiaro se si trovassero già in perlustrazione a nord di Israele o se si fossero fermati a sud. La gente non usciva più di casa, erano tutti barricati nelle loro abitazioni e tutte le attività sono state sospese”, prosegue Giulia.
“Andavo a dormire vestita”
Da europea "non avrei mai immaginato di trovarmi in una situazione del genere, non avrei mai contemplato di vedere il mio ragazzo andare in guerra. Non ero preparata. Ti svegli un normale sabato mattina e nel giro di due ore vedi il tuo compagno partire per un conflitto e capisci che la tua vita potrebbe cambiare per sempre”. Giulia ci ha raccontato che ogni volta che suonava una sirena cominciava il panico: “In quel momento percepisci una scarica di adrenalina incredibile, il cuore batte a mille e il panico prende il sopravvento”. L’edificio in cui abitava la giovane non è munito di un rifugio: ogni volta che una sirena suonava doveva correre a casa del suo vicino, senza sapere quanto tempo avrebbe dovuto restare lì, “ma almeno avevo la certezza di essere protetta, e soprattutto non ero sola in una situazione completamente nuova e angosciante”. Quei primi giorni di conflitto hanno portato Giulia a vivere i momenti più stressanti e stancanti della sua vita. “La notte andavo a dormire vestita per essere pronta nel caso suonassero le sirene, perché se capitava bisognava correre nei rifugi, ed era importante avere almeno un caricatore del telefono per avvisare amici e parenti che stessi bene". Anche andare a farsi una doccia era causa di stress, "perché le sirene potevano iniziare a suonare in quel momento, quando ero maggiormente vulnerabile”.
Il rientro a casa
Martedì sera, una volta ricongiunta con il proprio compagno (alla fine esonerato dal servizio militare), Giulia si è attivata per cercare un volo di rientro. “In queste situazioni le decisioni vanno prese in un lasso di tempo estremamente limitato, perché non sai come evolverà il conflitto e quindi se i rientri saranno garantiti anche in futuro. Tramite Farnesina, Ambasciata e Unità di crisi ho quindi cercato di capire come dovessi procedere per tornare in Italia. Anche se non è stato per nulla evidente, alla fine sono riuscita a prenotare un volo passeggeri di rimpatrio organizzato dall’Italia per me, per lui e per i nostri due gatti”. Anche se i voli erano destinati unicamente a cittadini italiani, Giulia è riuscita a partire con il suo compagno grazie alla questione del nucleo familiare, “su cui, devo dire, sono stati molto flessibili”. Secondo Giulia, le i e il suo ragazzo sono stati molto fortunati, in quanto “abbiamo prenotato martedì sera e ci hanno messo su un aereo che è poi partito subito il pomeriggio successivo, ma so di altri passeggeri che si sono visti posticipare il volo anche di 10 ore”. Solo la sera prima (lunedì 9 ottobre) un missile era caduto proprio all’interno dell’aeroporto da cui sarebbero dovuti partire. “Anche andare in aeroporto ci faceva paura. Dopo quello che era successo, sapere di essere chiusi dentro un aereo, senza possibilità di scappare in caso di allarme, ha aumentato ancora di più lo stress. Per questo non ho detto a nessuno che sarei rientrata, solo ai miei genitori, anche perché poteva succedere che non ci facessero passare al check-in o che il nostro volo venisse annullato a causa degli attacchi. Non volevo dare false speranze”. Giulia e il suo ragazzo hanno lasciato giù le loro vite, “ma abbiamo dovuto fare una scelta immediata. Stare lì e rischiare di non poter uscire era un azzardo troppo grande in una situazione così incerta. Anche perché non sai come potrebbero reagire gli Stati confinanti”. Israele è un Paese chiuso, non ci sono frontiere attraversabili via terra: “Se chiudono lo spazio aereo, non ci sono altre vie d' uscita e questo ti fa sentire in un certo senso in trappola. Mi ricordo che durante gli attacchi missilistici del 2021 avevano cancellato i voli e c’era già questa sensazione di chiusura e ciò mi angosciava tantissimo”. Israele "è un territorio molto piccolo e se gli attacchi iniziano ad arrivare sia da nord sia da sud ti ritrovi circondato da tutte le direzioni. Anche questo ci ha fatto optare per il rimpatrio in Italia”.
“Uno shock che difficilmente se ne andrà”
“È la prima volta che vivo il viaggio verso l'Italia, o comunque un viaggio in generale, come una fuga: il fatto di dover fare le valigie di corsa e partire senza neanche sapere quando potremo tornare in Israele ci ha lasciato uno stress addosso non indifferente. La prima sera che sono arrivata in Italia ho sentito passare una moto e l’ho collegata al rumore delle sirene anti missile; questo per far capire l’ansia e il disagio che una simile situazione può lasciarti anche una volta al sicuro”. A Giulia lo shock è passato solo dopo qualche giorno, “ma staccare la testa quando quotidianamente vedi quello che succede, sapendo anche che laggiù ci sono i tuoi amici, ti fa sentire in un qualche modo responsabile e allo stesso tempo impotente, perché vorresti fare qualcosa ma non puoi. I miei amici mi raccontano di conoscenti che sono morti o che sono feriti: è un Paese piccolo, quindi ci si conosce quasi tutti". Inoltre, "tanti sono stati chiamati a prestare servizio e anche questo pesa parecchio. È difficile vedere i tuoi amici andare in guerra”, conclude Giulia.
* nome noto alla redazione

