
"Mi chiedete se eravamo trattati come animali? Io dico peggio, perché almeno i topi possono girare liberi e decidere cosa mangiare. Ci era vietato tutto, eravamo sottoposti a ogni tortura e la morte poteva essere un sollievo". Shin Dong-Hyuk ha 31 anni e nel 2005 riuscì a fuggire dal Camp 14, uno dei famigerati gulag per detenuti politici, forse l'unico che ufficialmente sia riuscito nell'impresa. "La gente, le prime volte che mi capiva di raccontare, aveva difficoltà a capire - racconta in un incontro al club della stampa estera di Tokyo - le atrocità cui eravamo sottoposti. Non so se mio padre o mio cugino sono ancora lì e sono ancora vivi, ma il desiderio di vedere cosa c'era all'esterno, di sfuggire alla fame e alle vessazioni mi spinsero a superare la recinzione elettrica e a tentare la fuga. Sapevo che le guardie avevano l'ordine di sparare, ma l'idea di provare un pasto diverso e migliore non avrebbe reso la fuga inutile, anche se ucciso". Nel suo racconto Shin, autore di un libro sulla sua atroce esperienza ("Escape from Camp 14") descrive le vessazioni, le torture subite (le sue braccia sono terribilmente storte, oltre a mostrare altri segni evidenti di quanto subito) racconta di aver visto la madre e il fratello giustiziati.
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