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Estero
Cop26: 12 giorni per salvare il pianeta
Keystone-ats
5 anni fa
Si è aperta ufficialmente la conferenza mondiale delle Nazioni Unite sul clima

I leader mondiali si sono riuniti quest’oggi a Glasgow per discutere delle misure atte a tutelare il clima. Nella prima delle dodici giornate previste ha avuto luogo il discorso di apertura del primo ministro del Regno Unito, paese ospitante della conferenza, Boris Johnson.
Il discorso di BoJo ha messo l’accento sulla necessità di mettere in atto delle misure pratiche e risolute nel breve termine. Lo stesso ha ribadito i risultati e gli impegni politici del Regno Unito.
L’ordine del giorno ha poi visto le dichiarazioni d’intenti dei leader internazionali e le prime discussioni su mitigazione, adattamento e finanza nel quadro degli accordi sul clima di Parigi.

Le dichiarazioni dei leader
Il presidente della Confederazione Guy Parmelin ha affermato che la Svizzera, essendo un paese alpino, è fortemente toccato dal cambiamento climatico. In questo senso, è importante che le soluzioni a lungo termine vegano tradotte nel breve termine. Parmelin ha inoltre affermato che la Svizzera reitera il suo impegno a ridurre della metà le emissioni di gas serra entro il 2030, per poi giungere alla neutralità climatica entro il 2050. La piazza finanziara deve giocare un ruolo in questo processo.
Il presidente conclude annunciando una nuova contribuzione volontaria della Svizzera di 11 milioni di dollari ai Fondi d’adattazione. Altri 9 milioni sono dedicati al Fondo per i paesi meno avanzati, e ulteriori 16 ai Fondi d’investimento climatici.

Le dichiarazioni di von der Leyen giunte nella mattina presentano la conferenza di Glasgow come il momento della verità per i piani di tutela del clima. “L’Europa – ha inoltre dichiarato la presidente della Commissione Europea in un tweet – si impegna a essere il primo continente con neutralità climatica al mondo”.

Il delegato USA Kerry ha respinto le critiche secondo cui la Cop26 è partita in modo debole, in riferimento alle tiepide azioni del G20 sull’obiettivo di contenere per metà secolo il riscaldamento globale sotto i 1.5°C. L’accordo raggiunto a Roma per cessare il finanziamento delle centrali a carbone all’estero è stato definito “un importante punto di svolta”. Kerry sostiene che le nazioni che rappresentano il 65% del PIL globale sono impegnate in questo sforzo, e che l’altro terzo di paesi non pienamente impegnati sono una sfida in gioco a “Glasgow”.

Nel pomeriggio il presidente Biden ha allo stesso modo posto l’accento sulla scarsità del tempo rimanente per l’azione: “Faremo quello che è necessario o faremo soffrire le future generazioni? Questo è il decennio decisivo sul clima, e la finestra si sta chiudendo rapidamente. Glasgow deve dare il calcio di inizio al cambiamento”. Biden ha inoltre affermato che gli Stati Uniti dimmezzeranno le emissioni di gas serra (rispetto ai valori del 2005) entro il 2030.

Dal canto suo, il segretario generale delle Nazioni Unite António Guterres ha affermato che “Stiamo andando verso il disastro climatico. I giovani lo sanno. Ogni Paese lo vede”. Lo stesso ha aggiunto che “I piccoli Stati insulari in via di sviluppo - e altri vulnerabili - lo stanno vivendo. Per loro, il fallimento non è una possibilità. Il fallimento è una condanna a morte”. Il segretario generale ha poi concluso che “è un'illusione pensare che la lotta al cambiamento climatico sia stata vinta”, ricordando che gli ultimi rapporti sul clima hanno mostrato la previsione di un disastroso aumento di 2,7°C.

Tra le dichiarazioni che più hanno fatto discutere si annoverano quelle del leader cinese Xi Jinping e del premier indiano Modì. Il primo ha mandato un messaggio scritto al summit e in contemporanea il portavoce del ministero degli Esteri cinese Wang Wenbin ha criticato a testa bassa gli Usa, per l’inquinamento del passato: le sue emissioni storiche sono 8 volte quella della Cina.
Ma è soprattutto il primo ministro indiano a gelare il forum. “L’India raggiungerà l’obiettivo delle emissioni zero nel 2070”, dice il giorno dopo esser stato al G20 di Roma nel quale l’impegno preso, seppure generico, era quello di azzerare le emissione a “metà del secolo”.

La voce dei paesi più a rischio
La cerimonia di apertura è inframezzata dagli interventi di giovani attivisti indigeni, in rappresentanza dei paesi meno sviluppati che hanno meno responsabilità nella crisi climatica, ma ne pagano il prezzo maggiore. Da Samoa all’Amazzonia, dall’Egitto al Kenya, raccontano della gente che soffre la fame e muore per il cambiamento climatico. A loro risponde idealmente il documentarista britannico David Attenborough, che chiede “una nuova rivoluzione industriale verde, con milioni di posti di lavoro”.

Tra loro, la premier delle Barbados, Mia Amor Mottley, è intervenuta in rappresentanza dei Paesi che rischiano di rimanere sommersi dall’innalzamento dei mari. Mottley si è unita al coro dei leader mondiali che auspicano dei risultati pratici nell’immediato: “I leader di oggi, non del 2030, non del 2050, devono fare una scelta. È nelle nostre mani. La nostra gente e il nostro pianeta ne hanno più che mai bisogno”.

L’attivista kenyota Elizabeth Wathuti ha denunciato la tragica situazione del suo paese, incalzando i leader mondiali “comodamente seduti in platea”. Il Kenya è stato particolarmente colpito dalle conseguenze del surriscaldamento globale. Le ultime stagioni di pioggia inconsistenti e il prosciugamento dei fiumi stanno compromettendo agricoltura e allevamento; la siccità miete e continua a mietere vittime. “Ho visto coi miei occhi tre bambini che piangevano sulla riva di un fiume in secca”, ha affermato l’ecologista keniana, per rivolgere un appello ai grandi della Terra presenti alla conferenza Onu sul clima, chiedendo loro di “aprire i cuori” e agire.

La conferenza continua malgrado gli scetticismi
Due scienziati su tre si dicono scettici riguardo alla possibilità chela Cop26 possa portare risultati concreti ed efficaci. Molti si aspettano che la temperatura sulla terra possa continuare ad aumentare fino a toccare entro la fine del secolo 3°C in più rispetto all’epoca industriale. È questo il risultato di un sondaggio condotto dalla rivista Nature, che ha intervistato 233 fra i ricercatori che fanno parte del Gruppo intergovernativo sul cambiamento climatico Ipcc. Il 60% degli intervistati si attendono un progressivo aumento della temperatura globale, mentre l’88% di loro parla apertamente di “crisi climatica”. Quasi altrettanti si aspettano di assistere a conseguenze catastrofiche dei cambiamenti climatici nel corso della loro vita.
Oltre il 20% degli intervistati ha detto di aspettarsi che i Paesi della Cop 26 riescano a limitare a 2 gradi o meno l'aumento della temperatura globale e il 4% ha affermato che il mondo potrebbe raggiungere l'obiettivo di limitare il riscaldamento a 1,5 gradi.

Domani si terrà il primo giorno di confronto dei leader, con proposte e azioni di alto livello per garantire il processo di azzeramento delle emissioni. Il giorno successivo sarà discusso l’impegno a mobilitare flussi finanziari pubblici e privati per la mitigazione e l’adattamento. Il programma della settimana vedrà quindi all’ordine del giorno i temi di transizione verso l’energia pulita, gioventù, parità di genere nell’azione per il clima, trasporti, e città.
Il vertice si chiuderà il 12 novembre, con l’auspicio che le discussioni avranno portato a un accordo globale sulle azioni da intraprendere a difesa del clima.

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