
Sono passati ormai quasi sei mesi da quella sera del 30 agosto, quando l'imprenditore Claudio Salini, noto alle nostre latitudini per aver ottenuto l'appalto per la costruzione della linea ferroviaria Mendrisio-Stabio-Arcisate-Malpensa, si schiantò con la sua Porsche in via Cristoforo Colombo a Roma, morendo sul colpo.
Ma l'inchiesta sul decesso dell'ingegnere 46enne non si è ancora conclusa. Nel frattempo sembra essere tramontata l'ipotesi del sabotaggio, mentre prende piede quella di carenze nella manutenzione della strada in cui si verificò lo schianto.
Infatti, come riferito l'altro giorno dal Corriere della Sera, la procura ha promosso l'accusa di omicidio colposo nei confronti di cinque dirigenti del Comune di Roma che si occupano di viabilità. Sembra infatti che Salini abbia perso il controllo del suo bolide a causa di un dosso di dieci centimetri nato per una perdita d'acqua da una conduttura. Un dosso che nei mesi precedenti aveva già provocato altri incidenti, non mortali, ma che non era mai stato rimosso.
L'accusa è convinta che se la manutenzione della strada fosse stata eseguita con prontezza, l'incidente che è costato la vita a Salini non sarebbe mai avvenuto.
Questo a prescindere dalla velocità cui andava la Porsche dell'ingegnere, che due perizie hanno stimato in 170-190 chilometri orari nel momento in cui passò il dosso. Subito dopo Salini riuscì a far scendere l'andatura a 130 km/h, non abbastanza per evitare l'impatto con un albero situato a un centinaio di metri di distanza.
Nei prossimi giorni la procura procederà agli interrogatori dei dirigenti indagati, per chiarire le loro eventualità nella mancata manutenzione del tratto di strada in questione.
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