
Sedici persone, 14 civili e due poliziotti, sono stati uccisi oggi nella provincia cinese del Xinjiang, sconvolta da quattro anni da una guerra civile a bassa intensità tra la minoranza etnica degli uighuri e le forze di sicurezza cinesi. Il governo locale ha affermato in un comunicato che un gruppo di agenti che si apprestava ad arrestare un "sospetto criminale" è stato attaccato "da una folla di persone con esplosivi e coltelli" alla periferia di Kashgar, una città nell'estremo nord ovest della Cina che è la capitale culturale e storica degli uighuri, la minoranza etnica turcofona e musulmana originaria della zona. La portavoce del ministero degli esteri cinese Hua Chunying ha sostenuto in una conferenza stampa a Pechino che gli assalitori facevano parte di una "banda di terroristi violenti" che sono stati affrontati dalla polizia "in modo deciso". "Ancora una volta si è mostrato il volto violento del terrore che dovrebbe essere condannato da tutti coloro che hanno a cuore la pace e la stabilità", ha detto Hua. Le organizzazioni degli uighuri in esilio ribattono che la Cina esagera la portata del terrorismo per giustificare la propria politica di repressione delle aspirazioni della popolazione locale. Il Xianjiang è virtualmente isolato dal resto della Cina dal 2009, quando quasi 200 persone furono uccise in scontri etnici nella capitale della regione, Urumqi. Alle violenze sono seguiti centinaia di arresti e decine di condanne a morte. Gli uighuri sono la popolazione originaria della zona, che i nazionalisti chiamano Turkestan dell'est e oggi sono circa il 40% dei venti milioni di abitanti della regione. La maggioranza della popolazione è costituita da cinesi di etnia immigrati da altre aree del Paese.
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