
Le autorità cinesi hanno proceduto oggi all'esecuzione di nove persone che erano state condannate a morte per le violenze interetniche che si sono verificate lo scorso luglio nel Xinjiang, la provincia del nordovest abitata dalla minoranza etnica degli uighuri, musulmani e turcofoni. "Il primo gruppo di nove persone che erano state condannate a morte sono già state giustiziate", ha dichiarato un portavoce del governo del Xinjiang, dopo che la notizia era stata data in poche righe dall'agenzia ufficiale China News Service. Oggi stesso, ha aggiunto l'agenzia, prospettando altre condanne ed altre esecuzioni, altre 20 persone sono state formalmente accusate per omicidi e saccheggi, reati che secondo la legge cinese prevedono la pena di morte. Né l'agenzia né il portavoce hanno precisato la data delle esecuzioni e i nomi delle vittime. Delle nove persone delle quali era stata annunciata la condanna a morte, otto avevano dei nomi uighuri ed una un nome cinese, ma le autorità non hanno specificato l'etnia di appartenenza delle vittime delle esecuzioni. In luglio, incidenti tra immigrati uighuri e cinesi han nella provincia meridionale del Guangdong hanno innescato una massiccia protesta di piazza ad Urumqi, la capitale della Regione Autonoma del Xinjiang, che è sfociata in violenze anticinesi nelle quali hanno perso la vita quasi duecento persone. In seguito, gruppi di cinesi hanno dato vita a violente rappresaglie e a contestazioni verso le autorità locali, accusate di essere troppo "morbide" verso i "terroristi" uighuri. Questi ultimi sono oggi circa nove milioni, il 40 per cento degli abitanti del Xinjiang, una regione di importanza strategica ai confini con Pakistan, Afghanistan e le repubbliche centroasiatiche ex-sovietiche, e lamentano di essere lasciati ai margini dello sviluppo economico. ATS
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