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Estero
Cina: massacri Urumqi, Han scatenano caccia a Uighuri
Redazione
17 anni fa

La rabbia dei cinesi han è esplosa oggi ad Urumqi, la capitale della regione del Xinjiang sconvolta dalla violenza etnica, costringendo le autorità locali ad imporre il coprifuoco dalle 21 locali di oggi (le 15 in Svizzera) fino alle 8 di domani mattina. La decisione è venuta al termine di una giornata caotica, nella quale più volte il massiccio schieramento delle forze di sicurezza cinesi è sembrato vacillare di fronte al moltiplicarsi delle proteste. La giornata è iniziata con una manifestazione di centinaia di musulmani uighuri, in gran parte donne, che hanno chiesto notizie dei loro parenti arrestati nelle retate di domenica e lunedì che, secondo l'agenzia ufficiale Nuova Cina, hanno portato in galera quasi 1.500 persone. Dispersa la manifestazione degli uighuri sono stati i cinesi han - gli immigrati che ad Urumqi sono la grande maggioranza della popolazione - a scendere in piazza brandendo grossi bastoni e tubi di ferro e minacciando di attaccare il quartiere uighuro. "Loro ci hanno attaccati, ora tocca a noi", dicevano i giovani cinesi riferendosi alle violenze di domenica nelle quali 156 persone sono morte e più di 800 sono state ferite. Solo in serata e facendo largo uso di gas lacrimogeni, le forze di sicurezza sono riuscite a riprendere il controllo della situazione. Le autorità cinesi hanno confermato di aver "parzialmente" tagliato i servizi di comunicazione della città, dalla quale l'accesso ad Internet è sporadico ed incerto e i telefoni fissi e cellulari sono spesso inutilizzabili. Li Zhi, un alto dirigente del Partito Comunista del Xinjiang ha detto che la decisione è stata presa per "soffocare rapidamente i moti e impedire che la violenza si propaghi". Un altro alto dirigente locale, il segretario regionale del Partito Wang Lequan, si è appellato ai cinesi han, esortandoli a rimanere nelle loro case perché la loro presenza in piazza "non è necessaria". I mezzi d'informazione cinesi riportano da ieri, a getto continuo, testimonianze che parlano di "selvagge violenze" perpetrate dai dimostranti uighuri contro gli immigrati cinesi e le loro proprietà. Le autorità non hanno finora fornito dettagli sull' etnia delle vittime delle violenze di domenica. Rebiya Kadeer, la presidente del Congresso Mondiale degli Uighuri che vive in esilio negli Usa, ha affermato di "condannare in termini non incerti" le violenze compiute da "alcuni gruppi di uighuri" ma hanno aggiunto che la sua condanna va "prima di tutto" alla "violenza di Stato della Cina contro i pacifici uighuri, che si protrae da sei decadi". In un comunicato, la Kadeer ha respinto le accuse rivoltele dalla Cina, secondo le quali sarebbe stata lei ad organizzare la dimostrazione di domenica. Migliaia di giovani uighuri hanno dato vita alla protesta chiedendo che fossero individuati e puniti i responsabili dell' assassinio di due giovani uighuri avvenuto il 26 giugno nel Guangdong (sud della Cina). Oggi Nuova Cina ha annunciato che 15 persone sono state arrestate in relazione alla vicenda del Guangdong, senza specificare quando sono stati eseguiti gli arresti. Notizie confuse provengono dal resto della Regione Autonoma del Xinjiang. Secondo Erkin Alptekin, uno dei fondatori del Congresso Mondiale degli Uighuri, retate delle forze di sicurezza cinesi sono in corso da domenica scorsa nelle città a maggioranza etnica uighura della regione del Xinjiang come Kashgar, Hotan, Yarkand ed Yili, dove "migliaia" di "giovani uomini e giovani donne" sono stati prelevati dalle loro case. In tutte queste località, ha aggiunto, è "possibile" che si verifichino nuovi episodi di protesta. Alptekin ha aggiunto che a Kashgar, la capitale della cultura uighura, più volte assembramenti di "centinaia" di persone sono stati dispersi dalle forze di sicurezza. Testimoni hanno riferito che posti di blocco sono stati istituiti sulla strada che dal centro della città conduce all' aeroporto. ATS

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