
E' di 129 morti e 816 sedici feriti il bilancio delle violenze di ieri a Urumqi, nella regione autonoma del Xinjiang, nella Cina nordoccidentale. Lo afferma l'agenzia stampa ufficiale Nuova Cina. Stando a Pechino gli incidenti tra migliaia di uighuri e la polizia sono frutto di un "complotto gestito dall'estero", cioè dagli esuli uighuri. Gli incidenti sono stati innescati da una manifestazione di protesta per l'assassinio di due uighuri avvenuto il 26 giugno nel sud della Cina in scontri tra operai cinesi e uighuri. Secondo la Uyghur American Association (Uaa), fondata dalla dissidente in esilio Rebiya Kadeer, agenti di polizia hanno sparato contro alcune migliaia di uighuri che stavano protestando "pacificamente, com'é loro diritto". "Se fosse stata fatta un'indagine seria sugli omicidi (avvenuti nel sud), questo incidente sarebbe stato evitato", ha affermato la stessa Kadeer in un comunicato inviato ad alcuni mezzi d'informazione stranieri in Cina. Residenti di Urumqi hanno affermato che ora la situazione è calma e che la città é sotto una "legge marziale di fatto". Urumqi, una città di 2,3 milioni di abitanti oltre tremila chilometri a nordovest di Pechino, è la capitale della Regione Autonoma del Xinjiang. Gli uighuri, turcofoni e di religione musulmana, sono gli abitanti originari della regione, che chiamano Est Turkestan. Oggi gli uighuri sono circa la metà dei 20 milioni di abitanti della regione, in gran parte immigrati da altre zone della Cina. ATS
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