
«Cara Svizzera, in certi momenti più che l'efficienza dovresti avere la decenza». Luciana Littizzetto è tornata sulla tragedia di capodanno di Crans-Montana e sulla questione delle fatture delle spese ospedaliere inviate dalla Svizzera alle famiglie dei giovani ricoverati, la quale ha generato un'ondata di indignazione dall'Italia. E lo ha fatto, come di consueto, con la sua Letterina letta durante la trasmissione «Che Tempo Che Fa» in onda ieri sera sul Nove. I costi sanitari, come già spiegato a più riprese, saranno a carico del Servizio per l'aiuto alle vittime di reati (Servizio LAV), nella misura in cui non siano coperte dalle assicurazioni. La questione sarà gestita a livello bilaterale fra Svizzera e Italia secondo i regolamenti europei.
«La legge è legge»
«Cara Svizzera», ha esordito Luciana Littizzetto leggendo la Letterina, «Paese neutrale, Paese perfetto, tu, prima della classe, noi casinisti dell’ultimo banco. Ma tu soprattutto sei precisa, un orologio. La precisione svizzera. Ciò che è giusto è giusto, rispetto delle regole. Poi però qualche giorno fa hai preso una cantonata». La comica è quindi passata a commentare l'invio delle fatture. «Hai chiesto soldi per le cure e i ricoveri dei ragazzi ustionati a Crans-Montana, ci hai spiegato che il tuo sistema sanitario non ragiona come il nostro e che questa è la tua legge e che la legge va rispettata sempre, quindi bisogna pagare. Giusto. Ma la legge dice anche che la sicurezza delle discoteche va controllata e voi svizzeri non l’avete fatto. La legge dice che va verificata la presenza dei locali e voi non l’avete fatto. La legge dice che le discoteche vanno costruite con materiali ignifughi e i vostri non lo erano. Infine, la legge dice anche che l’uscita di sicurezza deve essere agibile e non sbarrata per non far entrare gli abusivi. E come facciamo allora? La legge è legge solo quando fa comodo a te?».
Responsabilità, neutralità e pudore
Littizzetto è poi passata a parlare di responsabilità e di pudore: «Essere i primi della classe significa esserlo sempre, non solo quando c’è da prendersi elogi, ma anche quando tocca assumersi delle responsabilità. Qui parliamo di giovani travolti da un incendio in un locale che stava lì sotto il tuo cielo ordinatissimo. Dentro il tuo sistema di controlli che immaginavamo svizzero, rigoroso, minuzioso, ossessivo. Ci aspettavamo da te un gesto di pudore. Pudore istituzionale, perfino di imbarazzo. E invece no». Spuntano le fatture. «Il dramma da te non fa in tempo a finire che entra in contabilità. Cara Svizzera, ti abbiamo sempre guardata come si guarda la cugina impeccabile, noi rumorosi, teatrali e approssimativi. Tu precisa, discreta, irreprensibile. Ma ci siamo sbagliati. Perché è in queste tragedie immani che si vede la vera qualità di un Paese. Cara Svizzera, nessuno ti chiede di rinunciare alla tua natura, ma almeno davanti a una strage risparmiaci il modulo da compilare e il bollettino da saldare. Anche perché se a chiedere un risarcimento dovessero essere le famiglie di quei ragazzi ustionati o che non sono tornati a casa, non basterebbero tutti i soldi che conservi nelle tue banche. A sto giro il tuo compito, cara Svizzera, è di non essere neutrale, almeno per una volta, ma di essere di parte. Dalla parte di quei ragazzi e di quelle famiglie».

