
Mentre gli occhi dell'Europa sono puntati sulla Gran Bretagna, che a sua volta guarda con un po' di apprensione anche alla meteo (vedi articoli suggeriti), non si sono fatte attendere le prime schermaglie politiche.
Ad aprire le danze è stato il presidente della Commissione europea Jean-Claude Juncker, che ieri ha lanciato un ultimo appello ai britannici, sotto forma di avvertimento: "Voglio ribadire ai politici e ai cittadini della Gran Bretagna che non vi sarà alcuna forma di rinegoziazione degli accordi conclusi con il Primo Ministro. Ha già ottenuto il massimo che poteva ottenere e noi abbiamo concesso il massimo che potevamo".
"Non vi sarà nessuna trattativa sull'accordo di febbraio, così come sugli altri trattati in vigore - ha aggiunto - Out is out."
Avvertimento, questo, che Juncker ha ribadito oggi in maniera ancora più diretta: "Non riaccoglieremo i disertori a braccia aperte", ha avvisato.
A rispondergli per le rime è stato l'ex sindaco di Londra Boris Johnson, uno dei maggiori sostenitori del fronte pro-Brexit, che ai microfoni di SkyNews ha commentato: "Juncker? Dimostra la presunzione dei funzionari europei".
Il capo dell'UK Independence Party (UKIP) Nigel Farage parla invece di "frontiere al collasso" e di "tradimento da parte dell'UE".
"Non lasciateci" è invece l'appello del premier ungherese Viktor Orban. Quello del leader nazionalista ed euroscettico sembra quasi un invito contradditorio, ma se si considera che la Gran Bretagia è il maggior contribuente dei budget comunitari, tutto appare più chiaro: l'Ungheria è infatti un paese che dipende fortemente dai fondi europei.
"L'Ungheria non ama i burocrati di Bruxelles, e nemmeno la Gran Bretagna li ama - ha spiegato Orban - Se la perdiamo, perdiamo un importante alleato che condivide la nostra visione di un'Europa delle Nazioni al posto dell'Europa federale attuale".
Ungheria, Polonia e Slovacchia sanno bene che la Gran Bretagna è stata la prima ad aprire le proprie frontiere ai cittadini dell'Europa centrale. Attualmente più di 300'000 ungheresi lavorano in Inghilterra: una libertà di movimento che si vorrebbe mantenere.
Ma non è solo il mondo politico ad essersi infiammato: Airbus Group ritiene infatti che un'uscita della Gran Bretagna dall'UE comporterebbe la fine del programma di difesa aerea europeo. Gli interessi economici in gioco superano certamente i contrasti politici.
Domani si saprà, pioggia permettendo. Intanto il primo ministro scozzese Nicola Surgeon, anti-Brexit, si gode il sole di Glasgow. "Sole e cielo azzurro a Glasgow, perfetto clima da remain" ha twittato. Gli fa eco il leader dei laburisti Jeremy Corbin, che si dice ottimista.
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