
Brexit, seconda puntata. Si apre domani alla Corte Suprema la battaglia per stabilire se il governo conservatore di Theresa May dovrà passare - come ormai appare probabile - per la prova del fuoco d'un voto parlamentare prima di avviare formalmente l'iter di divorzio dall'Ue secondo il responso del referendum del 23 giugno. Una sfida che nessuno si azzarda a dire possa ribaltare la volontà popolare, ma che certo rischia di rappresentare un ostacolo rispetto alla scadenza di fine marzo che la premier si e' data per attivare i negoziati con Bruxelles attraverso la notifica dell'articolo 50 del Trattato di Lisbona. E soprattutto rischia di mettere in imbarazzo la maggioranza Tory, sottolineandone le divisioni ed esponendola al tiro delle opposizioni. L'aria è carica di tensione. Non solo e non tanto per il verdetto dei supremi giudici del regno, le cui udienze si protrarranno fino al 10 dicembre, ma la cui parola finale non è attesa prima di gennaio. Quanto per la polemica politica che monta intorno e dentro allo stesso governo, tanto da indurre lady Theresa a minacciare il licenziamento in tronco di chiunque - ministri o funzionari, 'falchi' o 'colombe' - continui a mettere in piazza sui media contrasti e panni sporchi. Sul piano giudiziario, i giochi sembrano difficili da disdire: dopo la vittoria a sorpresa all'Alta Corte del ricorso presentato dalla businesswoman europeista Gina Miller e da un pugno di cittadini per imporre al governo un dibattito e un via libera parlamentare prima d'intraprendere il percorso (senza ritorno o quasi) dell'articolo 50, sarebbe ancora più sorprendente se la Corte Suprema, invocata dall'esecutivo come estrema istanza di giudizio, rovesciasse di nuovo le carte. Lo ammettono anche fonti di Downing Street. E il governo si prepara già al dopo.
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