
Quello che segue è il racconto di quanto successo sull'isola di Utoyea il 22 luglio 2011, quando Anders Breivik uccise 69 ragazzi partecipanti ad un campus estivo del partito laburista. ATTENZIONE: le descrizioni dei fatti potrebbero urtare la sensibilità di qualche lettore.Breivik inizia raccontando come si sia fatto passare per un poliziotto che si recava sull’isola per questioni di sicurezza.Giunto sull’isola convince Monica Bosei, manager dell’isola. “Mi ha chiesto come mai le non fosse stata avvisata del mio arrivo. Le ho detto che era per colpa del caos e delle vacanze. Mi ha risposto che andava bene”.La guardia armata dell’isola non si accorge che l’uniforme di Breivik è falsa. “Era la mia più grande paura” dice l’assassino.I responsabili sull’isola continuavano a fargli domande su chi fossero i suoi superiori, da che distretto provenisse e via dicendo “Sembravano sempre più sospettosi. Allora ho pensato “Adesso o mai più”. Nella mia testa centinaia di voci mi dicevano di non farlo. Poi ho iniziato a sparare. In seguito non mi ricordo nulla. Ero in stato di choc”.“In seguito mi sono girato verso i volontari del partito laburista che si trovavano lì vicino. La gente correva in tutte le direzioni. Ho seguito il flusso più grande che si dirigeva verso la caffetteria”.“Dentro la caffetteria la gente mi guardava con gli sguardi sbarrati – continua l’assassino – Qualcuno ha detto “gli hai sparato”. Allora ho iniziato a sparare in direzione della porta e della finestra. Il caos era totale”.“La gente gridava, implorava per la sua vita. Alcuni erano paralizzati e non potevano correre. Gli ho sparato”.“Un ragazzo ascoltava musica con il suo i-pod. Non si era reso conto cosa stesse succedendo. L’ho ucciso”.“Prima di arrivare sull’isola avevo deciso di sparare poco. Volevo metter loro paura in modo da farli andare in acqua e annegare. A due riprese ho gridato: morirete tutti, marxisti”.All’interno dell’aula del tribunale alcuni giornalisti decidono di non più aggiornare via Twitter quello che diceva Breivik. Troppo sconvolgente. Il giudice decide una pausa. La gente piange. Qualcuno si deve rivolgere ai medici. Alcuni giornalisti piangono.Breivik continua: “Avevo 8 litri di diesel con me. Il mio piano era quello di mettere fuoco alle abitazioni per obbligare la gente ad uscire. Ma non trovavo più la tanica e ho rinunciato al piano”.“Allora ho sparato su qualche persona. Forse ne ho presi due. Ho visto un battello che si allontanava e ho sparato una decina di colpi. Volevo uccidere gli occupanti. Ho sparato anche contro chi tentava di fuggire a nuoto o su altre imbarcazioni”.“In seguito ho pensato che la mia missione fosse finita e ho deciso di chiamare il numero di emergenza della polizia. Breivik dirà alla polizia di volersi arrendere ma di continuare ad uccidere fintanto che non arriveranno i poliziotti. “Ho continuato a sparare su quattro o cinque persone. Credo di averne uccise un paio”.“Ho incontrato un gruppo e ho sparato. Poi ho deciso di non camminare dalla parte dell’isola più vicina al continente per evitare che la polizia mi uccidesse”.“Ho incrociato un altro gruppo e ho chiesto loro: “L’avete visto?” affinché non fuggissero. Ho detto che avevo un battello e che avrebbe permesso loro di fuggire. In seguito ho ucciso il primo, una ragazza. Poi altri dieci o quindici, sempre mirando alla testa”.“Mi ricordo di un ragazzo che mi ha detto: “Per favore, amico mio” o qualche cosa del genere, ma ho ucciso tutti in ogni caso”.“Allora ho visto cosa avevo fatto e ho pensato che fosse orribile. Ho visto anche persone che fingevano di essere morte. Ho sparato ancora per essere sicuro”.Breivik dice di aver chiamato ancora la polizia e poi di aver continuato a camminare a cercare la gente che si nascondeva
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