
Tra i leader occidentali la reazione di sdegno è stata compatta. Ma vista dalla Cina, la condanna di Aung San Suu Kyi ad altri 18 mesi di arresti domiciliari è semplicemente un affare interno della Birmania, di cui il mondo "dovrebbe rispettare la sovranità giudiziaria". Il giorno dopo la sentenza contro il premio Nobel per la Pace, e in attesa che il Consiglio di sicurezza dell'Onu discuta la possibilità di nuove sanzioni contro il regime, la posizione di Pechino - e quella ambigua dei Paesi del sud-est asiatico - evidenzia per l'ennesima volta le divisioni del mondo sulla questione. "Il dialogo, piuttosto che le critiche" aiuteranno la Birmania ad incamminarsi verso la democrazia, si legge nel comunicato diffuso oggi da un portavoce del ministero degli Esteri cinese. "Questo - aggiunge la nota - non è solo nell'interesse del Myanmar (il nome ufficiale della Birmania) ma è anche positivo per la stabilità regionale". Parole che contrastano con il parziale cambio di atteggiamento degli ultimi mesi attorno all'affare Suu Kyi: la Cina, pur essendo il principale alleato della giunta militare, si era infatti unita a diversi appelli internazionali per il rilascio della leader dell'opposizione, processata per aver ospitato l'intruso americano John Yettaw nella sua villa a Rangoon. L'Asean, il club dei Paesi del sud-est asiatico, si è invece unita al coro di richieste di rilascio di Suu Kyi, esprimendo la propria "profonda delusione". Ma in tipico stile Asean, che predilige una politica di dialogo e di non interferenza tra i suoi membri, non si tratta di una condanna tout court come quella dell'Occidente. La Thailandia, presidente di turno dell'associazione e uno dei principali acquirenti delle materie prime birmane, ha già fatto capire di essere contraria alle sanzioni contro il Paese vicino. E il ministro degli Esteri, Kasit Piromya, ha parlato di un "processo eseguito in linea con il sistema legale birmano". Nel frattempo, gli avvocati di Suu Kyi e di Yettaw - condannato a sette anni di cui quattro ai lavori forzati - hanno confermato di voler presentare ricorso. Uno dei quattro legali della "Signora", Nyan Win, ha dichiarato che la donna gli ha chiesto di esplorare "ogni via legale" per arrivare alla sua liberazione. Il premio Nobel, sotto detenzione in varie forme in 14 degli ultimi 20 anni, ha potuto oggi parlare per un'ora con i suoi avvocati nella residenza dove era stata confinata dal 2003, fino all'arresto dello scorso maggio. La villa, dove due mesi fa erano state rimosse le barriere alla circolazione, è stata ora circondata dal filo spinato. Mentre Stati Uniti e Unione Europea promettono ulteriori giri di vite contro il regime, il Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite - dopo il rinvio di ieri sera - cercherà di arrivare oggi a una decisione sulla Birmania. Ma grazie al suo status di membro permanente, la Cina ha il potere di porre il veto - e l'ha già fatto in passato - su qualsiasi richiesta di Usa, Gran Bretagna o Francia. I generali birmani potranno probabilmente contare anche sul tacito appoggio del Vietnam, uno degli attuali membri a rotazione del principale organo decisionale dell'Onu. ATS
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