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Estero
Birmania: assalti militanti Rohingya a polizia, 71 morti
Redazione
9 anni fa

In Birmania si infiamma di nuovo lo stato occidentale di Rakhine, faglia tra la maggioranza buddista e la minoranza musulmana nel Paese. Attacchi coordinati a 24 postazioni della polizia di frontiera da parte di militanti Rohingya armati hanno causato finora 71 morti vicino al confine con il Bangladesh. È la più grave esplosione di violenza dallo scorso ottobre nell'area, quando un simile attacco su scala più ridotta portò l'esercito birmano a lanciare operazioni di rastrellamento, che furono accusate di massicci abusi dei diritti umani. Gli assalti multipli sono stati sferrati dopo la mezzanotte nel distretto di Maungdaw da circa 150 militanti armati di fucili e lunghi coltelli. Per le autorità, 59 militanti sono stati uccisi, mentre 12 membri delle forze di sicurezza hanno perso la vita. L'ufficio di Aung San Suu Kyi, plenipotenziaria del governo, ha annunciato "operazioni di sgombero" nella zona, chiusa a giornalisti e operatori umanitari già da dieci mesi. Gli attacchi sono stati rivendicati dall'Esercito Arakan per la salvezza dei Rohingya (Arsa), un gruppo militante sorto di recente e ritenuto ormai legittimo dagli esperti di anti-terrorismo. Si tratta di una nuova dinamica nella situazione nel Rakhine, dove fino a poco tempo fa le pesanti discriminazioni a cui sono sottoposti un milione di musulmani Rohingya non avevano dato lo spunto a movimenti armati organizzati. Proprio ieri, una commissione nominata dal governo e guidata dall'ex segretario generale dell'Onu Kofi Annan aveva pubblicato il suo rapporto sul Rakhine, raccomandando misure di sviluppo economico e di giustizia sociale per ridurre l'animosità tra le due comunità. L'esercito birmano è accusato di violazioni dei diritti umani su larga scala, con decine di morti, oltre mille case date alle fiamme e 87 mila Rohingya fuggiti in Bangladesh dallo scorso ottobre, come menzionato in un rapporto Onu, realizzato intervistando tali profughi. La Nobel per la Pace Aung San Suu Kyi è stata pesantemente criticata dalla comunità internazionale per i suoi silenzi su tali abusi.

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