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Estero
Aung San Suu Kyi chiede aiuto ad Asean in crisi Rohingya
Redazione
8 anni fa

La leader birmana Aung San Suu Kyi, in Australia dove ha partecipato lo scorso fine settimana al vertice dei dieci paesi dell'Associazione del Sudest Asiatico (Asean), ha parlato della crisi della minoranza musulmana Rohingya nel suo Paese. In una serie di incontri a porte chiuse con gli altri leader regionali ha chiesto soccorsi umanitari e sostegno politico affinché Myanmar si riprenda dal conflitto. Lo ha riferito il primo ministro australiano Malcolm Turnbull. Secondo Turnbull la crisi è stata discussa in modo "costruttivo" e gli Stati della regione sono pronti ad aiutare. "Tutti cercano di mettere fine alle sofferenze causate dal conflitto e dalla dislocazione di persone. Il nostro obiettivo è di promuovere una risoluzione pacifica e rapida del disastro umanitario causato dal conflitto", ha aggiunto Turnbull. Oltre 650 mila persone della minoranza etnica e religiosa Rohingya si sono rifugiate in Bangladesh dall'agosto scorso fuggendo dalla violenza dei militari birmani, con uccisioni, stupri e incendi dei villaggi. Secondo le Nazioni Unite la persecuzione subite dalla comunità ha le caratteristiche del genocidio. Negli ultimi mesi Suu Kyi ha parlato poco pubblicamente del conflitto, rifiutando persino di usare la parola Rohingya ed è stata accusata da molte parti di non aver utilizzato la sua posizione di autorità e di potere per difenderli, lasciando mano libera ai militari, tanto che alcune personalità internazionali hanno chiesto che le sia ritirato il premio Nobel per la pace. L'Asean, di norma, applica una politica di non interferenza negli affari interni dei Paesi membri e i riferimenti ai Rohingya contenuti nel comunicato ufficiale del vertice, la Sydney Declaration, non li citano direttamente. I firmatari hanno concordato sull'impegno comune "alla pace e sicurezza regionali, oltre che alla risoluzione pacifica delle dispute, incluso il pieno rispetto per i processi legali e diplomatici, l'esercizio di autodisciplina senza ricorrere alla minaccia o all'uso della forza, secondo i principi riconosciuti universalmente di sovranità, integrità territoriale, uguaglianza, non interferenza e indipendenza politica di tutte le nazioni". Solo verso la fine del documento i firmatari affermano la loro "determinazione a promuovere e proteggere i diritti umani come espresso nella Dichiarazione Universale dei Diritti Umani e negli altri strumenti sui diritti umani di cui siamo tutti parte".

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