

Quella in Iran è «solo un'escursione in qualcosa che doveva essere fatto. Siamo molto vicini alla fine». Lo ha detto Donald Trump, sottolineando che gli Stati Uniti «stanno vincendo in modo deciso». «Se non li avessimo colpiti avrebbero preso il controllo del Medio Oriente», ha messo in evidenza. La guerra «finirà presto», ha ribadito
«No». Così Donald Trump ha risposto a chi gli chiedeva se la guerra in Iran finirà questa settimana. Il presidente ha ribadito più volte che finirà presto.
Gli Stati Uniti hanno colpito più di 5.000 obiettivi durante i primi 10 giorni di guerra contro l'Iran. Tra gli obiettivi centrati figurano più di 50 navi iraniane, ha riferito il Comando Centrale militare USA (Centcom), a capo delle forze americane nella regione. Tra gli altri target, ha spiegato una nota, ci sono sistemi di difesa aerea, siti di missili balistici, produzione di missili e droni, e comunicazioni militari.
«Stiamo facendo grandi passi avanti verso gli obiettivi militari» in Iran. «Potremmo colpire la produzione elettrica dell'Iran ma non vogliamo farlo. Abbiamo lasciato alcuni target nel caso in cui avessimo bisogno di colpire». Lo ha detto Donald Trump nella sua prima conferenza stampa dall'inizio dell'operazione in Iran.
La Russia e diversi altri Paesi hanno chiesto all'Iran un potenziale cessate il fuoco nel conflitto regionale in corso. Lo ha dichiarato il viceministro degli Esteri iraniano Kazem Gharibabadi. Lo riporta la Tass.
«Diversi Paesi, tra cui Russia, Cina e Francia, ci hanno chiesto un cessate il fuoco», ha affermato Gharibabadi, citato dall'emittente pubblica iraniana.
«So che tutti in questa sala si uniscono a me nell'inviare le nostre preghiere e la nostra eterna gratitudine alle famiglie di quei grandi eroi». Lo ha detto il presidente Donald Trump ai repubblicani del Congresso riuniti al Trump National Doral di Miami, rendendo omaggio ai militari americani che hanno perso la vita nell'operazione Epic Fury, nel giorno in cui il Pentagono ha identificato la settima vittima.
Il presidente iraniano Masoud Pezeshkian ha parlato telefonicamente con il suo omologo turco Recep Tayyip Erdogan, dopo che un missile iraniano in arrivo è stato intercettato nello spazio aereo turco.
«La Repubblica Islamica dell'Iran ha sempre dichiarato la sua disponibilità a ridurre la tensione nella regione, a condizione che lo spazio aereo, il suolo e le acque dei nostri vicini non vengano utilizzati per attaccare il popolo iraniano», ha dichiarato Pezeshkian in una nota in merito alla chiamata. Il missile è stato il secondo lanciato dall'Iran a essere abbattuto nello spazio aereo turco in cinque giorni.
L'esercito israeliano ha annunciato di aver lanciato un'ondata di «attacchi su larga scala» su Teheran, la seconda della giornata. «Per la seconda volta oggi le Idf hanno avviato un'ampia ondata di attacchi a Teheran... contro obiettivi terroristici», ha dichiarato l'esercito in una nota.
«Nessuno ha idea» di chi guiderà l'Iran dopo l'uccisione di Ali Khamenei nonostante l'elezione di suo figlio Mojtaba a guida suprema. «I loro leader terroristi sono andati o stanno contando i minuti che mancano alla loro scomparsa. E ora nessuno ha idea di chi saranno le persone che guideranno il Paese», ha osservato.
«Il mondo ci rispetta in questo momento più di quanto ci abbia mai rispettato prima. E grazie ai repubblicani, a voi del Congresso, gli Stati Uniti hanno di gran lunga l'esercito più forte e potente sulla faccia della terra». Lo ha detto il presidente Donald Trump, incontrando i repubblicani del Congresso al Trump National Doral di Miami. «Siamo l'esercito più forte in assoluto sulla terra, e ora tutti lo capiscono», ha aggiunto il tycoon.
Una potente esplosione è stata udita stasera a Teheran, la capitale iraniana, mentre un aereo militare sorvolava la zona, hanno riferito i giornalisti dell'Afp. L'esplosione, udita da diversi giornalisti nonostante fossero separati da diversi chilometri, è stata di dimensioni particolarmente elevate, hanno osservato.
L'Iran «in una settimana ci avrebbe attaccato al 100%. Era pronto». Lo ha detto Donald Trump spiegando il motivo dell'operazione americana. «Stiamo colpendo dove l'Iran produce i droni. Ci siamo liberati dell'80% dei siti missilistici iraniani», ha aggiunto.
Nell'operazione in Iran «fin qui tutto bene»: «non molleremo finché il nemico non sarà totalmente e decisamente sconfitto». Lo ha detto Donald Trump riferendo che le forze americane hanno distrutto 46 navi iraniane in tre giorni e mezzo. «Siamo più determinati che mai a raggiungere la vittoria finale», ha messo in evidenza. «In un certo senso abbiamo già vinto, ma non abbastanza», ha detto.
Il presidente statunitense «Donald Trump ha telefonato a Vladimir Putin (il suo omologo russo) per discutere di una serie di argomenti estremamente importanti relativi agli ultimi sviluppi della situazione globale», ha riferito il consigliere presidenziale Yuri Ushakov, citato dall'agenzia di stampa ufficiale russa Tass.
Quest'ultima sottolinea che si tratta della prima telefonata tra i due in oltre due mesi, e in particolare dopo l'attacco israelo-americano in Iran.
La telefonata è stata incentrata sull'Iran e sull'Ucraina. Nel colloquio durato «circa un'ora», aggiunge Ushakov, Putin ha informato Trump sulla situazione lungo la linea di contatto, in particolare sulla «riuscita dell'avanzata delle truppe russe nell'est» dell'Ucraina, che «dovrebbe incoraggiare il regime di Kiev a risolvere il conflitto attraverso i negoziati».
Putin ha anche sostenuto la necessità di «una rapida soluzione politica e diplomatica del conflitto in Iran».
«Il presidente degli Stati Uniti ha osservato che, come precedentemente concordato, i loro contatti dovrebbero essere regolari. Entrambi i leader si sono detti pronti», ha aggiunto il consigliere presidenziale.
«Penso che la guerra con l'Iran sia praticamente conclusa. Finirà presto. Gli Stati Uniti sono molto più avanti rispetto al periodo di quattro-cinque settimane» inizialmente previsto, ha detto il presidente statunitense Donald Trump in un'intervista all'emittente radiotelevisiva newyorkese Columbia Broadcasting System (CBS). «Non hanno navi, non hanno comunicazioni e non hanno l'aeronautica», ha messo in evidenza.
Trump ha anche affermato di aver qualcuno in mente per sostituire la nuova Guida suprema, Mojtaba Khamenei, ma non ha fornito dettagli.
Sto «pensando di prendere il controllo» dello Stretto di Hormuz, ha pure detto a CBS.
Prime crepe nell'operazione israeliano-americana contro l'Iran. I bombardamenti di Israele contro 30 depositi di carburante iraniani hanno colto di sorpresa gli Stati Uniti, scatenando l'irritazione del presidente Donald Trump verso l'alleato primo ministro dello Stato ebraico Benjamin Netanyahu, col quale l'inquilino della Casa Bianca intende comunque «condividere» la decisione sulla fine della guerra.
«Al presidente gli attacchi non piacciono. Vuole salvare il petrolio, non bruciarlo», ha detto un consigliere di Trump al sito statunitense di notizie politiche Axios, spiegando che la questione sarà affrontata ai massimi livelli politici fra i due alleati. Anche se Israele non ha colpito gli impianti di produzione petrolifera, Washington teme che le alte colonne di fumo nero che si stanno alzando dai depositi di carburante bombardati possano ritorcersi contro la campagna in corso, unendo la popolazione a sostegno del regime.
Le immagini - è la preoccupazione della Casa Bianca - potrebbero inoltre avere un potente effetto sugli americani, ricordando loro quel caroenergia che il presidente tanto teme in vista delle elezioni di metà mandato. Pur ostentando sicurezza di fronte alla corsa delle quotazioni del greggio («è un piccolo prezzo da pagare, scenderanno rapidamente dopo la distruzione della minaccia iraniana», ha detto), il presidente è consapevole che l'aumento dei prezzi della benzina e del gas peserebbero sui portafogli degli americani, esacerbando quel carovita di cui si lamentano da mesi con conseguenze potenzialmente negative per i repubblicani alle urne a novembre.
Sul balzo dei prezzi petroliferi «ho un piano», ha spiegato Trump senza entrare nei dettagli. Secondo indiscrezioni dell'agenzia di stampa britannica Reuters, il presidente sta valutando varie opzioni: oltre al rilascio delle riserve petrolifere nell'ambito del G7 (Gruppo dei sette, di cui fanno parte Canada, Francia, Germania, Regno Unito, Italia, Giappone e Stati Uniti), Trump potrebbe limitare le esportazione di greggio americane, intervenire sul mercato di future del petrolio, rinunciare ad alcune tasse federali o allentare alcuni dei requisiti previsti dalla Jones Act, legge che impone che il carburante viaggi solo su navi battenti bandiera americana.
Oltre al caropetrolio, a occupare Trump è l'ipotesi di un dispiegamento di truppe di terra in Iran. «Non abbiamo ancora deciso. Non siamo affatto vicini» all'invio, ha spiegato il presidente prima di partecipare al ritiro dei deputati repubblicani della Camera a Miami (Florida). Un appuntamento per cercare di rafforzare la sua presa sul partito e spingere il Save America Act, legge che impone requisiti più stringenti per il voto alle elezioni di metà mandato.
A novembre i repubblicani guardano con preoccupazione ai problemi esistenti in casa - dall'immigrazione alle prime difficoltà dell'economia - ai quali si è aggiunta ora una guerra all'Iran a cui gli americani sono contrari e che sta sollevando molte polemiche tra i sostenitori del movimento Make America Great Again (MAGA, in italiano rendiamo l'America di nuovo grande) di sostegno a Trump.
Quest'ultimo è convinto che il conflitto sia nell'interesse del movimento perché nel segno dell'«America First» (primato all'America) in termini di sicurezza. Una spiegazione che però non convince. Fra i democratici, i critici iniziano a notare le similitudini fra la Casa Bianca di Trump e il presidente russo Vladimir Putin sul conflitto. Nessuno dei due parla di guerra ma di «un'operazione», lo aveva fatto il leader del Cremlino e lo ha fatto il presidente della Camera dei rappresentanti (speaker), il repubblicano Mike Johnson. Di recente, inoltre, il capo del Pentagono Pete Hegseth ha messo in evidenza che gli Stati Uniti «non hanno iniziato la guerra ma, sotto il presidente Trump, la stanno finendo». Parole molte simili a quelle di Putin nel 2022, quando disse: «Non abbiamo iniziato questa cosiddetta guerra. Piuttosto stiamo cercando di finirla». Somiglianze che spaventano, anche perché Putin pensava di conquistare l'Ucraina in un paio di settimane ed è ora impegnato nel quarto anno di conflitto. La paura di molti è che l'Iran sia l'Ucraina di Trump.
Mediterranean Shipping Company (MSC), colosso del trasporto marittimo con sede a Ginevra, ha annunciato di aver formalmente sospeso alcune spedizioni di esportazioni dal Golfo per la guerra in Medio Oriente e che «tutto il carico interessato verrà scaricato».
«Alla luce dell'attuale ed eccezionale situazione di sicurezza in Medio Oriente (...) è necessario dichiarare la 'fine del viaggio' per alcune spedizioni di esportazione» dai porti del Golfo, «siano esse situate a terra o già a bordo», ha indicato MSC in un avviso ai clienti.
Velivoli da combattimento britannici Typhoon hanno abbattuto droni iraniani diretti in Giordania e Bahrein, ha riferito il ministero della difesa di Londra. I jet hanno abbattuto un sistema aereo a pilotaggio remoto «a difesa della Giordania» e intercettato un drone diretto verso il Bahrein.
Sono inoltre in corso «operazioni aeree difensive» a sostegno degli Emirati Arabi Uniti.
Altri tre B-52 americani, mastodontici bombardieri simbolo della Guerra fredda, sono atterrati oggi nella base britannica dell'aeronautica militare del Regno Unito (Raf, per Royal Air Force) di Fairford, nella contea inglese del Gloucestershire.
I media britannici indicano che sono destinati a rafforzare il dispositivo aereo statunitense nella guerra all'Iran e che ciascuno di essi è in grado di caricare 70.000 libbre (circa 31.750 chilogrammi) d'esplosivo, incluse bombe e missili «intelligenti».
Si tratta di mezzi chiaramente offensivi, a conferma del crescente coinvolgimento di Londra a sostegno del grande alleato al di là dell'ok dato dal premier Keir Starmer all'uso di basi britanniche per scopi sulla carta «difensivi».
La Russia è pronta a garantire ai Paesi dell'UE le forniture di petrolio e gas necessarie per stabilizzare i mercati nella situazione d'emergenza dovuta alla guerra nel Golfo Persico, ma per questo è necessario «un segnale» dagli europei. Lo ha detto il presidente Vladimir Putin, citato dall'agenzia di stampa ufficiale Tass, in una riunione al Cremlino dedicata alla situazione dei mercati.
Mosca, ha aggiunto Putin, ha più volte avvertito dei rischi che sarebbero derivati per il settore energetico da tentativi di destabilizzazione del Medio Oriente.
«Continueremo a monitorare attentamente la situazione e gli sviluppi nei mercati energetici e ci incontreremo quando necessario per scambiare informazioni e coordinarci all'interno del G7 (Gruppo dei sette, di cui fanno parte Canada, Francia, Germania, Regno Unito, Italia, Giappone e Stati Uniti) e con i partner internazionali. Siamo pronti ad adottare le misure necessarie, anche per sostenere l'approvvigionamento energetico globale, come lo svincolo delle scorte» di petrolio.
Lo indica il comunicato dei ministri delle finanze del G7, dopo l'incontro con anche i presidenti del Fondo monetario internazionale (Fmi), della Banca Mondiale, dell'Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico (Ocse) e dell'Agenzia internazionale dell'energia (Aie) per discutere del conflitto in Medio Oriente, del suo impatto sulla stabilità regionale e sulle condizioni economiche globali.

