
Da Kabul a Baghdad, lo spettro di un nuovo Vietnam si insinua nell'opinione pubblica americana. Le ultime notizie provenienti da Iraq e Afghanistan hanno disorientato gli americani perché oggi sono state qualcosa di più del solito bollettino di guerra: otto soldati morti in un giorno solo, quattro in Iraq, a Kirkuk e Baghdad, quattro in Afghanistan, a Kunar, dove sono morti in un solo attentato anche 11 militari afghani. In Iraq siamo ora a 4.342 morti dall'intervento del 2003. In Afghanistan a 820 da quello del 2001. Di fronte a queste cifre una domanda cresce tra le famiglie Usa: Ne vale davvero la pena? Dalle ultime rilevazioni Gallup, la maggioranza è favorevole a un rientro delle truppe. Ha accolto con favore l'impostazione data sull'Iraq e vorrebbe qualcosa di analogo per quella sull'Afghanistan. Perché si rischia una guerra senza fine, nessuno vuole un nuovo Vietnam. Divisa su tutto, dalla riforma sanitaria al piano di ripresa economica, sull'Afghanistan e sull'Iraq il fronte politico Usa é sempre più compatto. Solo l'ala sinistra dei Democratici preme per un ritiro, ma è isolata. Oggi il presidente, Barack Obama, dopo mesi di attacchi sulla Sanità, ha ricevuto sull'Afghanistan l'appoggio di due figure autorevoli della destra Usa come Sarah Palin e Karl Rowe. L'ex candidata repubblicana alla vicepresidenza e l'ex stratega delle vincenti campagne di George W. Bush in una lettera aperta hanno voluto fargli le loro "congratulazioni per l'impostazione finora data alla guerra". E lo hanno invitato a proseguire "nella stessa direzione" perché - hanno scritto - "vincere (in Afghanistan) è vitale per la sicurezza degli Usa". Obama - che sulla questione mantiene il riserbo più assoluto - ha da una settimana sul suo tavolo il rapporto del generale Stanley McChrystal, comandante della Forza di assistenza alla sicurezza (Isaf). Secondo quanto anticipano oggi sia il New York Times, sia il Washington Post, nel rapporto si traccia un quadro della situazione nel Paese tale per cui la conclusione non può che essere una: occorrono rinforzi. Ma lo stesso Pentagono è diviso sulla strategia. Più truppe? Più intelligence? Più missioni civili? "Il presidente annuncerà la sua strategie non prima di parecchie settimane, prima vuole parlare con il generale McChrystal e ascoltare l'opinione di tutti", ha detto il portavoce della Casa Bianca, Robert Gibbs. Ma già nei giorni scorsi il segretario della Difesa, Robert Gates era stato chiaro: "L'idea che si possa combattere il terrorismo con azioni a distanza è fuori dalla realtà. La verità è che se vogliamo concentrarci sull'antiterrorismo non possiamo avere successo senza un rafforzamento delle leggi locali e della sicurezza interna". Significa, come scrive il New York Times, che tanto in Iraq quanto in Afghanistan "non si può estirpare Al Qaida se non si crea un rapporto di lungo termine con la popolazione per allontanarla dai terroristi". Mentre in Iraq la fase del ritiro è cominciata, ed entro il 2010 i soldati americani avranno lasciato il Paese, Obama ha sempre detto che quella in Afghanistan è "una guerra di necessità". Nel frattempo, però, deve fare i conti con un disagio via via crescente dell'opinione pubblica, sempre più preoccupata che "l'Afghanistan di Barack Obama si stia trasformando in quello che fu il Vietnam di Lyndon Johnson", come ha scritto l'editorialista del New York Times Peter Baker. ATS
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