
Il 18 marzo scorso l'Unione europea e la Turchia hanno firmato un accordo di collaborazione per gestire la crisi-migranti in base a un piano d'azione comune. Ankara aveva accettato il rimpatrio sul suolo turco di tutti i nuovi migranti irregolari che avrebbero compiuto la traversata dalla Turchia alle isole greche a decorrere dal 20 marzo 2016, escludendo qualsiasi forma di espulsione collettiva. In cambio, l'Unione europea avrebbe corrisposto un contributo pari a 3 miliardi di euro.
I termini di questo accordo hanno fatto drizzare le antenne a diversi Stati africani, che hanno iniziato a muoversi in questo senso. Il Blick riporta oggi della decisione del governo keniano di chiudere due giganteschi campi profughi: Camp Kakuma, che vanta una popolazione di 180'000 persone, e il campo di Dadaab, con ben 340'000 persone ospitate.
La chiusura delle due strutture sarebbe avvenuta ufficialmente per “ragioni di sicurezza”. Il segretario del Ministero degli interni, Joseph Nkaisserry, sostiene che all’interno dei due campi si sarebbero già istallate diverse cellule terroristiche e che il governo non sarebbe in grado di intervenire efficacemente.
Immediata la reazione della comunità internazionale, che ha giudicato “irresponsabile” la decisione del governo di Nairobi. La replica non è tardata ad arrivare, con una stoccata diretta a Europa e Stati Uniti, intenzionati - sostiene il Ministero - a chiudere le proprie frontiere e ad erigere dei muri sui confini.
Secondo un editoriale del New York Times, la decisione presa da Nairobi sarebbe in realtà un escamotage per ottenere dall’Unione europea gli stessi fondi già concessi alla Turchia.
L’accordo non fa gola solo al Kenya: anche il Niger si sarebbe mosso in questa direzione, proponendo all’Ue di impedire ai migranti africani di raggiungere la Libia e la rotta mediterranea in cambio di un “contributo” di 1,1 miliardi di euro.
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